Politica

Anche questa volta, Adinolfi ha ottenuto le sue percentuali "da prefisso"

@neXt quotidiano|

Adinolfi

È riuscito a fare peggio del 2018, con quella percentuale da prefisso telefonico che diventa sempre più preminente all’interno della storia politica (in termini di consenso) di Mario Adinolfi. Perché l’alleanza con l’ex leader di CasaPound Simone Di Stefano non ha portato i suoi frutti e il ticket denominato “Alternativa per l’Italia” (che puntava parte del programma sulla sua contrarietà al Green Pass), si è fermato a una distanza siderale da tutti gli altri movimenti o partiti che si sono candidati a queste elezioni Politiche.

Adinolfi e l’ennesima grande sconfitta elettorale

I numeri parlano chiaro. Alla Camera, Alternativa per L’Italia ha conquistato 16.518 voti (pari allo 0,6%). Al Senato della Repubblica, invece, è andata un po’ meglio (per usare un eufemismo): 39.586 preferenze, pari allo 0,15%. Lontanissimo dagli altri partiti (meno del partito Animalista a Montecitorio, per fare un esempio), distante anni luci dalla soglia di sbarramento. Insomma, nonostante (o forse anche per colpa) l’alleanza con l’ex leader di CasaPound Simone Di Stefano, anche questa volta Adinolfi resta fuori dal Parlamento. E lui punta il dito contro gli altri.

Colpa degli altri, tra cui Paragone, che non hanno fatto fronte comune. E, a differenza del 2018, il leader del Popolo della Famiglia ha visto i suoi consensi a un livello molto più ampio (pur sempre sotto la soglia di sbarramento): o,67% alla Camera, 0,70% al Senato. Voti che sono andati dispersi nel corso di 4 anni e mezzo. Nonostante le sue polemiche contro il Green Pass e le altre misure per contenere la pandemia. Oltre alle classiche polemiche su aborto e comunità LGBTQ+.

(Foto IPP/Gioia Botteghi)