Economia

Rimborsi pensioni, il piano del governo

Il governo studia i rimborsi delle pensioni. Per operare, a quanto si dice, prima delle elezioni regionali e non dopo come sembrava fosse l’orientamento dominante. Già in settimana potrebbe quindi arrivare un decreto per stabilire le fasce dei rimborsi pieni e regolamentare il flusso di cassa per la prima tranche dei pagamenti. Il costo del provvedimento che comunque prevederà solo mini-rimborsi e solo per i redditi da pensione sotto una certa fascia dovrebbe essere lievemente superiore a tre miliardi. Il limite per ottenere i rimborsi sul mancato recupero dell’inflazione previsto dal decreto Salva Italia per il 2012-2013 dovrebbe essere a 5-6 volte il minimo (circa 2.500-3.000 euro lordi) ed è probabile che il rimborso sia per fasce di reddito.
 
RIMBORSI PENSIONI, IL PIANO DEL GOVERNO
Fino alla fascia che si deciderà (oltre il taglio sarà netto) si dovrebbe dare il recupero pieno dell’inflazione fino ai primi 1.500 euro di reddito (in pratica se uno ha una pensione di 2.300 euro prende l’indicizzazione solo sui primi 1.500). Questa ipotesi, per quanto più in linea con la sentenza della Consulta che nei giorni scorsi ha bocciato il blocco dell’indicizzazione del Governo Monti perché non progressivo né temporaneo, rischia però di essere molto costosa (sono circa 4,3 milioni i pensionati con redditi tra i 1.500 e i 2.500 euro e a tutti questi bisognerebbe dare l’indicizzazione sui primi 1.500 euro quindi su un monte di redditi annui totali di 77 miliardi sui 99 complessivi di queste fasce). L’altra ipotesi, meno costosa e quindi più praticabile per salvaguardare i conti pubblici, è di un rimborso sul reddito complessivo dei pensionati tra 1.500 e 2.500-3.000 euro con percentuali basse (si potrebbe partire dal 50%) e discendenti con il crescere del reddito).

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Le classi di pensionati interessate dalla decisione della Consulta sulla perequazione (La Repubblica, 17 maggio 2015)

Scrive oggi La Repubblica in un articolo a firma di Goffredo De Marchis:

Il governo pensa che debbano essere risarciti i pensionati che appartengono alle fasce di reddito più basso. Renzi questo l’ha detto esplicitamente. Gli altri dovranno capire che il sacrificio che viene loro richiesto è dentro una logica di solidarietà intergenerazionale. Negli anni della lunga recessione i pensionati (come i lavoratori stabili del pubblico impiego) non hanno perso il proprio reddito, diversamente dalle migliaia di lavoratori privati che si sono trovati senza occupazione. Chi resterà fuori dall’operazione restituzione comunque non perderà un euro rispetto a quanto riceve ora. L’operazione sarà dunque fatta di mini-rimborsi e per alcune fasce reddituali, venendo incontro anche alle indicazioni della Consulta. Sembra assodato il limite dicosto: non più di tre miliardi di euro,per la cui copertura arriverà anche il famoso “tesoretto” fruttodella differenza tra il deficit programmaticoe quello tendenziale.Ci sarà anche un tetto relativo all’importo: 5-6 volte il trattamento pensionistico minimo, paria circa 2.500-3.000 euro lordi al mese.
Oltre, quindi, non si riceverà nulla. La Corte stessa ha accettato nel passato di escludere le pensioni pari a 8 volte il trattamento minimo. Il meccanismo individuato prevede una forma di decalage: fino a 1.500 euro il recupero dell’inflazione sarà totale, oltre scenderà progressivamente. Sul tavolo, infine, c’è anche un meccanismo meno costoso ma non proprio coerente con la sentenza della Corte Costituzionale:rimborso sul reddito complessivo dei pensionati tra 1.500 e 3.000 euro con percentuali basse (si partirebbe dal 50 per cento) e progressivamente discendenti con il crescere del reddito.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti oggi a margine di un convegno sul Jobs act ha detto che al momento “non c’è nessuna decisione”, ma che il Consiglio dei ministri è il luogo dove queste decisioni possono essere prese. In un’intervista il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti ha sottolineato come che la via migliore sia quella di un provvedimento in più tappe: lunedì le linee guida e, più avanti, il decreto.

Rimborsi delle pensioni, come funzionano: le infografiche


LE IPOTESI DI RICORSO
Il problema però è quello che accadrà dopo. Guido Carella, presidente di Federmanager che ha promosso il ricorso alla Corte Costituzionale, immagina che se i rimborsi non saranno totali si tornerà nuovamente nelle aule dei tribunali.

«Noi ci prepariamo a far valere i nostri diritti, e aspettiamo di avere giustizia per tutti i 5 milioni di pensionati colpiti dal provvedimento».
Non accetterete dunque un rimborso con criteri progressivi?
«La progressività c’è già nelle aliquote e nelle norme di rivalutazione delle pensioni. Nel 2010 la Corte Costituzionale aveva rigettato il ricorso contro il blocco del 2008, invitando però il governo a non reiterare quel tipo di intervento. E invece si è scelto ancora una volta di utilizzare le pensioni per fare cassa, e non certo per promuovere un’azione di equa ridistribuzione, che dovrebbe invece rispondere ai due principi di universalità e progressività richiamati dalla Consulta».
Quindi voi accettereste invece un contributo che avesse l’obiettivo di un’equa distribuzione?
«Al momento è una questione secondaria. Intanto riteniamo che debbano essere riconosciuti i diritti costituzionali. Se venissero riconosciuti solo parzialmente non ci sarebbe neanche bisogno di un nuovo ricorso da parte nostra, perché si attiveranno centinaia di ricorsi individuali con aggravio doppio per lo Stato».

E non ci vuole molto a pensare che la questione rischia di tornare di nuovo davanti a un giudice dopo il decreto del governo. Aprendo ulteriori buchi nei conti pubblici.