Economia

Cronaca di un taglio di tasse annunciato

Il giorno dopo è quello dei dettagli. Che, nella fattispecie, spaventerebbero qualsiasi promettitore seriale. La sforbiciata alle tasse che ha annunciato Matteo Renzi ieri durante l’assemblea del Partito Democratico sono la chiave giusta per rilanciare un’azione di governo sempre più appannata, ma anche un impegno che dal punto di vista economico fa tremare i polsi. E anche se dalle parti dell’Unità sono così contenti che nemmeno ai tempi di Berlusconi, bisogna andare a vedere quali sono i numeri per comprendere la portata dell’idea e le sue possibilità di applicazione.

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Le tasse sulla casa da governo a governo (Corriere della Sera, 19 luglio 2015)

RENZI, TASSE E COPERTURE
“2014. Primo atto del governo: 80 euro al mese a dieci milioni di italiani. 2015. Eliminazione della componente Costo del lavoro da Irap. 2016. Via IMU e Tasi sulla prima casa. 2017. Giù Ires. 2018. Irpef e pensioni minime. Questo è il nostro percorso: 50 miliardi di euro di riduzione tasse in cinque anni”, ha scritto ieri Renzi su Facebook. La riduzione delle tasse, ribadisce il premier Matteo Renzi, verrà fatta “sempre mantenendo il rispetto dei parametri di Maastricht e del 3%, per una questione di serietà con i mercati e con l’Europa”. “Lo abbiamo fatto, lo stiamo facendo, lo faremo assieme a chi vuole bene all’Italia, con buona pace dei gufi e dei disfattisti”, ha concluso. Vediamo il dettaglio. Dopo l’Imu «piena» del 2012, l’Imu «superscontata» del 2013 e la Tasi del 2014, dunque, chi ha una sola abitazione e vi risiede sarà graziato. Uno sgravio che vale circa 3,3 miliardi di euro. Almeno sulla carta, perché la local tax sarà accompagnata dalla riforma del catasto, che nel giro di qualche anno determinerà una profonda ridefinizione delle rendite catastali degli immobili, cioè dei valori sui quali si applicano le aliquote. Renzi non ne ha accennato, ma è scontato che l’esenzione della tassa sull’abitazione di residenza non riguarderà case di lusso, ville e castelli che già oggi, oltre alla Tasi, devono pagare anche l’Imu, l’imposta che si paga sugli immobili diversi dalla prima casa. Repubblica riepiloga il dettaglio degli incassi dell’Imu sulla prima casa in questa infografica:
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Chi paga l’IMU, infografica di Repubblica (19 luglio 2015)

C’è da ricordare anche che nel 2016 il governo parte già con la zavorra di oltre 16 miliardi delle clausole di salvaguardia su Iva e accise. L’intenzione di Renzi e ministero dell’Economia è sempre stata quella di non farle scattare e di non aumentare in nessun modo la pressione fiscale. Ma dall’ assemblea del Pd è arrivato lo scatto in più, quello cioè di intervenire da qui al 2018 con una manovra a 360 gradi da 45 miliardi, partendo dalla casa l’anno prossimo e passando a Ires e Irap nel 2017 e arrivando a scaglioni Irpef e pensioni a fine legislatura. Un programma che con ogni probabilità, già solo dal primo step, potrebbe portare, secondo molti osservatori, ad una ripresa dei consumi e ad una rinnovata attitudine alla spesa. Guardando per ora solo al 2016, tra clausole e abolizione di Imu e Tasi il conto è già di 20 miliardi, cui si aggiungeranno probabilmente circa 2 miliardi per la flessibilità in uscita sulle pensioni, 1 miliardo (al netto del rientro delle tasse) per il rinnovo dei contratti pubblici, reso praticamente obbligatorio dalla Consulta, 700 milioni per la non risolta partita della reverse charge e 500 milioni per la rivalutazione delle pensioni imposta anch’essa dalla Corte costituzionale. Per ora le uniche coperture già identificate sono i 10 miliardi in arrivo dalla spending review (di cui 2,4 di tagli alle detrazioni fiscali). Il governo potrà però contare sulla sostanziale stabilità dei tassi di interesse, ma il risparmio non basterà mai per soddisfare il fabbisogno. Si prospetta quindi una manovra da 20 miliardi per fine 2015, nella quale Renzi dovrà incastrare anche il taglio dell’IMU e sperare che la spending review porti davvero l’importo desiderato nonostante lo scetticismo che ha accompagnato le ultime valutazioni. Succederà?
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Le tasse pagate dagli italiani (Repubblica, 19 luglio 2015)

IL FUTURO (IM)POSSIBILE
Altrettanto complicato è il percorso che attende le altre riforme annunciate. L’obiettivo del taglio dell’IRES, scrive oggi il Corriere della Sera, serve per attrarre capitali dall’estero in misura maggiore rispetto a quello che ha fatto il paese negli ultimi anni:

Nel 2017 il taglio delle tasse toccherà ancora alle imprese, che hanno già beneficiato quest’anno di una riduzione dell’Irap sul costo del lavoro per un valore di circa 5 miliardi di euro. Sul piatto il governo è pronto a mettere altri 15 miliardi, che saranno utilizzati soprattutto per un nuovo abbattimento dell’aliquota dell’Ires, l’imposta sul reddito delle imprese, oggi al 27,5%. Obiettivo: ridurre la tassazione sulle imprese ai livelli della Spagna e attrarre così più investimenti dall’estero. La manovra potrebbe toccare anche l’Irap, l’imposta sulle attività produttive, utilizzata dalle Regioni per finanziare la sanità.
Quest’ultimo tributo, nonostante l’ultima sforbiciata, produce un gettito annuo di circa 30 miliardi di euro, non troppo distante da quello dell’Ires che l’anno scorso ha portato nelle casse dello Stato 32 miliardi di euro. Per finanziare l’operazione il governo dovrà fare affidamento anche sulla flessibilità delle regole di bilancio. Solo per scongiurare gli aumenti Iva e il taglio delle detrazioni servono 17 miliardi nel 2016, 25 nel 2017 e quasi 30 nel 2018. In parte contribuiranno i tagli spesa (10 miliardi l’anno), in parte, forse, il miglioramento della congiuntura. Ma potrebbe essere necessario anche lo slittamento di un anno, al 2018, del pareggio di bilancio.

Mentre l’ultima mossa, quella del 2018, ha l’obiettivo di fare il pieno alle elezioni:

L’anno degli sgravi ai pensionati e dell’alleggerimento dell’Irpef sarà il 2018, quello di fine legislatura e dunque del voto per le elezioni politiche. Il governo punta ad una sforbiciata pesante, di 15 miliardi di euro. Serviranno per il sostegno degli assegni previdenziali più bassi, i famosi 80 euro ai pensionati, ma anche per una revisione degli scaglioni dell’Irpef. Di ipotesi, sul tappeto, cen’è un’infinità. A cominciare da quella considerata dallo stesso governo Renzi prima del bonus degli 80 euro ai lavoratori dipendenti, una riduzione dell’aliquota tra i 28 ed i 55 mila euro dal 38 al 35%, con l’introduzione di una detrazione particolare per i redditi più bassi. Un’operazione che vale più o meno 10 miliardi di euro.
Costerebbe di più, invece, una riduzione dell’aliquota più bassa, quella del 23% che si applica al primo scaglione, fino a 15 mila euro di reddito. Portarla al 20% costerebbe circa 12 miliardi di euro a regime, e ne beneficerebbero tutti icontribuenti Irpef. Non si parla per ora di interventi a favore degli «incapienti» cioè dei redditi talmente bassi che non pagano tasse e non beneficiano neanche delle detrazioni. Anche se, come per i pensionati, Renzi aveva promesso un intervento a loro favore dopo il bonus di 80 euro.

Qui invece le indicazioni per le coperture sono tecnicamente assenti, ma si capisce che non è ancora il tempo dei piani dettagliati. Di certo però c’è una cosa. Questo ampio piano di azione
fiscale verrebbe realizzato contando su una netta reazione positiva dell’economia, tale da garantire che nel triennio la traiettoria del debito pubblico mantenga la sua china discendente. Quindi il trend dell’economia e quello consequenziale (?) dei mercati saranno decisivi. In più, c’è da notare quello che ricorda oggi Salvatore Padula sul Sole 24 Ore:

Renzi ha parlato di nuovi tagli dal 2017. Aspettiamo fiduciosi. Per ora, dobbiamo segnalare due fatti: in primo luogo, non ha trovato attuazione nella delega fiscale il nuovo sistema di tassazione degli imprenditori individuali, perché l’introduzione dell’Iri -l’imposta sul reddito dell’imprenditore – non aveva la necessaria copertura di 800-900 milioni; in secondo luogo,si sta approvando in questi giorni una riforma delle sanzioni fiscali amministrative e penali che resterà in vigore solo due anni, fino al 2017, in quanto non si sono trovate le risorse per coprire il minor gettito derivante dall’applicazione di sanzioni più leggere.

Due segnali non proprio incoraggianti.