Economia

Renzi, le tasse, la verità e la propaganda

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La differenza tra gli annunci e la realtà nel governo Renzi tende a farsi sempre più palpabile. E se la conferenza stampa di ieri ha visto un presidente del Consiglio in tono minore e più attento del solito a non spararle grosse, tra le righe del DEF (che avevamo già analizzato ieri) si nota che le formule sono leggermente più vaghe. Mentre i numeri dovrebbero portare a qualche riflessione in più.
 
RENZI, LE TASSE, LA VERITÀ E LA PROPAGANDA
Ad esempio, come nota oggi Fabrizio Forquet sul Sole 24 Ore e dicevamo ieri, «la formula usata nella bozza del Documento di economia e finanza è per la verità un po’ più vaga dell’impegno secco preso da Renzi in conferenza stampa: “Il Governo – si legge – prevede di realizzare ulteriori risparmi per il 2016 e rimuovere la restante (sic!) parte delle clausole di salvaguardia con interventi anche di riduzione delle spese e delle agevolazioni fiscali per almeno 10 miliardi nel 2016 e 5 miliardi nel 2017″».

Il che non lascia certamente tranquilli sul fronte di eventuali nuove tasse. Per non parlare del fatto che un taglio di almeno 10 miliardi di spesa in un anno finora non è mai stato fatto e pensare che questo possa essere talmente selettivo da non penalizzare anche la spesa produttiva è davvero illudersi di vivere nel migliore dei mondi possibile, certamente non nell’Italia che ha da poco rispedito oltreoceano l’ennesimo commissario alla spending review. Per saperne di più non si può che aspettare la legge di stabilità.
Dal Def si capisce intanto la volontà del governo di sfruttare i margini di flessibilità che l’Europa potrebbe concedere in considerazione del Programma nazionale di riforma, la parte sicuramente migliore di questo testo. La fitta scansione di riforme fatte o in divenire fa emergere uno sforzo certamente senza uguali nella storia recente dei governi italiani. Anche se, rispetto a precedenti cronoprogrammi, va sottolineato lo spostamento in avanti delle date di approvazione dei decreti attuativi della riforma fiscale e della legge delega di riforma della Pubblica amministrazione. Due misure chiave, sulle quali c’è da augurarsi che non vi saranno ulteriori slittamenti.

Forquet segnala poi che sull’aumento della pressione fiscale pesa la questione della contabilizzazione dei bonus 80 euro tra le spese. E sottolinea però che la questione non si esaurisce qui, ma meriterebbe un approfondimento:

Ma l’effetto “zero” sui consumi di quella misura dovrebbe indurre lo stesso governo a rivendicarla con un certo pudore. Di certo, comunque, la riduzione di tasse per (addirittura) 21 miliardi nel 2015 affermata da Renzi ieri in conferenza stampa fatica un bel po’ ad emergere da questi dati. Ha detto il falso il presidente del Consiglio? Certamente no. Ha citato solo una parte della verità? Certamente sì. Spingere sull’ottimismo e su una narrazione positiva fa del resto parte (forse) del suo mestiere. E la fiducia è certamente un ingrediente fondamentale della ripresa. Ma la fiducia ha anche bisogno di certezze. Perciò analizzare i numeri e raccontarli, tutti, è un mestiere almeno altrettanto importante. Che va rispettato, sempre.

In questa infografica possiamo anche notare che il totale delle entrate tributarie nel 2015 sale al 30,3 dal 30,1 del 2014, e continua a crescere nei due anni successivi.

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La tabella degli aggregati delle amministrazioni pubbliche nel DEF (Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2015)

LE VERE TASSE DIETRO I NUMERI
Enrico Marro sul Corriere della Sera invece concentra l’attenzione sul paradigma dell’aumento delle tasse da parte degli enti locali:

Ci avevano detto che la Tasi, la tassa che il governo Letta, sostenuto dal Pd e dall’allora Pdl,si inventò per dire che non si sarebbe più pagata l’Imu sulla prima casa, avrebbe ridotto il prelievo sugli immobili. Ma anche qui i fatti hanno smentito le promesse. Il carico fiscale sulla prima casa si è alleggerito di appena 500 milioni che però, paradossalmente, sono stati pagati in meno da proprietari di case con rendite catastali alte mentre quelli con abitazioni di minor pregio hanno mediamente pagato di più di prima, perché sono state tolte le detrazioni fisse. Sulle seconde case l’imposta è aumentata molto. E complessivamente la Tasi nel 2014 è costata ai cittadini 25,2 miliardi, il 15% in più dell’Imu 2013 (quando non si pagò sulla prima casa) il 7% in più del 2012(quando l’imposta colpiva anche l’abitazione principale) e il 157% in più dell’Ici 2011 (che fruttò 9,8 miliardi). Adesso il governo Renzi promette che nel 2016 semplificherà tutto con un’unica tassa, la local tax. Speriamo bene.
Intanto si profila un nuovo scontro con le Regioni e i Comuni,che già faticano ad attuare i tagli previsti dall’ultima legge di Stabilità. Che, su 16,6 miliardi di riduzione complessiva della spesa pubblica per il 2015, ne caricava 8,1 sulle spalle di Regioni, Comuni e Province. Le prime hanno dovuto tagliare 2,3 miliardi nella sanità. E il ministro, Beatrice Lorenzin, la settimana scorsa in tv a 2Next alla domanda «il federalismo ha fatto bene o male alla sanità?», ha risposto: «Di sicuro chi stava male sta peggio. Questo federalismo va cambiato». Il governo vuole farlo con la riformacostituzionale, che toccaanche il Titolo V. Infine, pochigiorni fa, dopo la definizionedel riparto dei tagli a carico deiComuni, i sindaci dei piccolimunicipi hanno lanciato l’allarmesul rischio che centinaia di enti locali vadano in default.

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I numeri del DEF (Il Messaggero, 7 aprile 2015)

Infine, Paolo Baroni sulla Stampa oggi ci offre uno sguardo più storico rispetto alle contingenze governative nei confronti delle politiche economiche degli ultimi anni:

I numeri sono lì a dimostrare che tra il 2010, anno in cui sono state introdotte le prime misure di austerità, ed il 2014 la spesa pubblica italiana non è affatto scesa ma anzi è cresciuta del 4,1% toccando quota 692,4 miliardi.Sono aumentati consumi intermedi e spese correnti varie mentre a scendere sono stati soprattutto gli investimenti(-23,9%). Insomma abbiamo fatto quadrare i bilanci ma ci siam fatti male da soli per non aver trovato il coraggio di affondare la lama dove c’era ancora del grasso.

E quando un paese taglia gli investimenti per favorire le spese correnti ha un futuro molto roseo… alle spalle.