La macchina del funky

Renzi e le dimissioni anche in caso di vittoria al referendum

Palazzo Chigi ha smentito con un comunicato di tre righe in cui invita a concentrarsi sul referendum gli articoli di giornale che oggi riportavano la decisione del premier Matteo Renzi di dimettersi anche in caso di vittoria del sì al referendum. Ne hanno parlato il Giornale e il Corriere della Sera in un articolo a firma di Maria Teresa Meli:

A Palazzo Chigi, dove stanno arrivando nuovi sondaggi che vengono esaminati con grande attenzione, si sta valutando una nuova ipotesi. Cioè che Renzi si dimetta anche nel caso di una vittoria del sì. Già, pure con un risultato del genere il premier sarebbe pronto a salire al Quirinale e a dare le proprie dimissioni. Con un’argomentazione ben precisa: questo governo è nato, nel 2014, con il chiaro e inequivocabile mandato di Napolitano di realizzare una riforma istituzionale, e ora che la riforma è realtà, l’esecutivo considera esaurito il compito. È chiaro che in questo caso non sarebbero dimissioni per andarsene, ma piuttosto per rafforzare sia il proprio ruolo che il governo con una nuova fiducia, e per allargare la maggioranza e mettere nomi nuovi in alcuni dicasteri. Il che non significa, ovviamente, che la componente di Verdini sarebbe rappresentata nell’esecutivo, ma che farebbe il suo ingresso ufficiale in maggioranza.
Però l’idea è quella di «sparigliare», per usare un termine caro a Renzi, cioè di riaprire i giochi anche nella sinistra, quella interna e pure quella di Sel, dove la linea oltranzista di Nicola Fratoianni viene sempre più criticata. Una vittoria del Sì, secondo i renziani, provocherebbe uno smottamento pure in quell’area. Ma il realismo induce Matteo Renzi e i suoi a vagliare anche il cosiddetto piano B. In questo caso tutto dipende dalle proporzioni della sconfitta. Se dovesse perdere di un’incollatura inevitabilmente il presidente del Consiglio rimarrebbe al centro della scena politica. E gli sarebbe difficile rifiutare un reincarico per costituire un governo che si porrebbe come obiettivo principale quello di varare una riforma elettorale. Del resto, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con più di un interlocutore non ha mai nascosto il suo pensiero. Secondo il capo dello Stato bisogna arrivare sino alla fine della legislatura e bisogna farlo con questo governo.

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L’infografica del Sole 24 Ore su chi vince con l’Italicum

La discussione però finisce per intrecciarsi con un tema all’orizzonte che potrebbe essere più cogente: quello della legge elettorale. Sulla quale, racconta sempre il Corriere, si sarebbe giunti a un accordo guidato da Denis Verdini: «una legge che prevede metà seggi assegnati con i collegi uninominali e metà con il proporzionale (senza preferenze ma con un listino bloccato), e con un premio di maggioranza attorno al 15 per cento per la lista o coalizione che prende più voti».

È un modello sul quale ci sarebbe il «via libera» anche di Silvio Berlusconi perché permetterebbe all’ex presidente del Consiglio, da una parte, di mettere insieme un’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia e, dall’altra, di presentare ancora il simbolo di Forza Italia. Denis Verdini, che di Berlusconi è stato il braccio destro e sinistro, e che di leggi elettorali si è occupato in tutte le sue trattative per conto del Cavaliere (nella scorsa legislatura con Pier Luigi Bersani e poi con Matteo Renzi) è convinto che il leader di Forza Italia accetterà una riforma di questo tipo. Nel Partito democratico, al di là delle aperture della destra, ritengono che con un sistema elettorale simile il Pd potrebbe dare vita a un’alleanza con i centristi di Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, con Scelta civica ed Ala e con la sinistra di Pisapia e Zedda. Nel proporzionale ognuno andrebbe per conto proprio, ma sull’uninominale si unirebbero le forze.

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