Fact checking

Renzi era davvero il capo dei 101 di Prodi?

Matteo Renzi era davvero il capo dei 101 che affossarono la candidatura di Romano Prodi al Quirinale? I 101 di Prodi rimarranno per molto tempo nella memoria della politica italiana come l’emblema del tradimento. Nel giorno in cui il Professore, candidato da Pier Luigi Bersani dopo il flop di Marini al Quirinale durante un’assemblea del PD in cui il presidente chiese di votare per acclamazione (e non in segreto: in seguito questo venne considerato il primo errore), al termine dello scrutinio sul tabellone di Montecitorio arrivò appena a 395, mentre Stefano Rodotà raccolse 213 voti, 51 in più rispetto ai 162 grillini all’epoca in Parlamento, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, candidato di Scelta Civica, arrivò a 78. In più ci furono le 15 schede bianche, i due a Massimo e Vittorio Prodi, i 3 a Franco Marini, i 15 voti per Massimo D’Alema. 496 voti disponibili asva in totale il centrosinistra, ad appena 395 arrivò il professore. Bersani trasse le conseguenze dell’accaduto e nei mesi successivi Pierluigi Bersani, mentre presentava un libro dalla sua Piacenza, offrì chiaramente la sua ricostruzione: «I 101? Affossarono la candidatura di Romano Prodi al Quirinale per demolire la mia segreteria». Già, ma chi erano i centouno di Prodi?
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I 101 DI PRODI E MATTEO RENZI

All’epoca l’avversario sconfitto alle primarie, e quindi il capo dell’opposizione interna nel partito, era Matteo Renzi. E non lo aiuta nel discolparsi il fatto che il giorno dopo Renzi twittò che il candidato non poteva essere più Prodi, visto il flop. Ma il sindaco di Firenze, a onor del vero, non aveva all’epoca nella sua corrente che una quarantina di voti tra deputati e senatori: molti di quelli che oggi sono con lui senza se e senza ma, stavano con Bersani. E ci vuole anche un altro punto: tutti gli osservatori all’epoca erano concordi nell’affermare che i “traditori” fossero molti di più di 101, ovvero tra i 120 e i 130. Ma all’epoca, tanto per regalare un po’ di memoria storica, Renzi non veniva certo identificato come il principale indiziato:

Già, D’Alema. È su di lui, sul Richelieu rosso (e sugli ex popolari di Fioroni), che i prodiani puntano il dito, indicandolo come il vero mandante dell’intera operazione. Il sospetto lo aveva anche Nichi Vendola, che per evitare di essere accusato di aver fatto salire i voti di Rodotà, aveva dato mandato ai suoi di rendere riconoscibile il loro voto aggiungendo una R (l’iniziale del Professore) al cognome Prodi. È ormai il tutti contro tutti. Si sussurra di un piano D’Alema-Renzi e come prova si porta la dichiarazione del sindaco di Firenze che è il primo a dire «la candidatura di Prodi non c’è più». Renzi risponde ricordando che quando è stato contrario (vedi Marini) non ha fatto «doppigiochi» ma lo ha detto apertamente. «Per tutto il giorno sono stato accusato su Facebook di sostenere una candidatura, quella di Romano Prodi. Ora l’accusa è di aver complottato contro di lui: se non ci fosse di mezzo l’Italia sarebbe da ridere».

Fassina quindi dovrebbe andarci piano, nel cercare capi. Oppure potrebbe puntare molto più vicino a lui. Se poi vogliamo anche ascoltare cosa c’è scritto nel libro di Stefano Di Traglia e Chiara Geloni, di certo due che non hanno particolari simpatie per il premier, ci rendiamo conto che è difficile dire che Renzi sia il capo della banda:

Sul tormentone dei 101 grandi elettori del Pd che nel segreto non votarono per Prodi, poche novità di fatto, ma un giudizio bruciante: «E’ convinzione di chi conosce la composizione dei gruppi parlamentari che in nessun modo sia possibile raggiungere quota 101, senza includere i 41 renziani». Un’ affermazione apodittica senza supporto fattuale, mentre è drammatico il racconto della resa di Bersani. Nel giorno dei 101, sconfitto dai suoi errori e da Napolitano, improvvisamente dice: «Io stasera mi dimetto e domattina vado da Napolitano a chiedergli di restare»

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IL PUNTO E LA VIRGOLA
Ma forse bisognerebbe ricordare anche il punto di vista di Prodi. Quello, per capirci, che ha raccontato Sandra Zampa, onorevole PD e vicinissima all’ex premier, nel suo libro sui Tre giorni che sconvolsero il PD: la tesi dei prodiani è che Romano finì nel bel mezzo di una guerra per bande nell’allora balcanizzato Partito Democratico, con diverse anime in conflitto anche politico tra di loro. Uno dei motivi per l’affossamento del professore risiedeva nella ricerca di un’alleanza di governo larga ed estesa al Popolo delle Libertà: impossibile realizzarla con l’arcinemico di Berlusconi al Quirinale. E qui, è difficile pensare a Renzi come uno di quelli che voleva l’accordo con Berlusconi. Più facile pensare a quelli che poi l’hanno fatto, l’accordo, per finire al governo qualche tempo dopo (Letta e i lettiani, insomma). Secondo la Zampa, poi, «c’era chi pensava di dover vendicare Marini per la mancata elezione nelle prime votazioni; quelli che pensavano si dovesse dare una possibilità a D’Alema; quelli che si erano convinti che l’elezione di Prodi avrebbe portato rapidamente alle urne». Tre identikit che difficilmente si confanno a Renzi, anzi: Renzi non voleva Marini, non voleva D’Alema e a votarci ci sarebbe tornato l’indomani mattina, visto che il candidato Bersani ormai aveva avuto la sua chance e l’aveva fallita. La Zampa mette nell’elenco anche «quelli che desideravano bloccare l’ascesa di Matteo Renzi, sponsor del professore». E poi aggiunge altri indiziati:

Erano parecchi, insomma, quelli che volevano far le scarpe a Prodi. Ballano altri 15-20 voti di parlamentari, non democratici, che gli hanno teso l’imboscata. E anche su questa lacuna Zampa sembra avere le idee chiare. C’è lo zampino di Mario Monti e di Stefano Rodotà. Il portavoce di Romano spiega: “Da un esponente di Scelta Civica raccolgo l’informazione che da parte di Monti ci sarebbe stata la disponibilità a votare Prodi, se fossero state date garanzie sul reincarico a Monti”. Il Professore (bocconiano), insomma, al centro di uno scambio che però il Professore (di Bologna), spiega Zampa, “lascia cadere nel vuoto”.
Il grillino – Quindi il capitolo-Rodotà, idolo grillino prima di trasformarsi in “zombie scongelato e uscito dalle catacombe” (Grillo dixit). Il candidato delle 5 Stelle fece capire a Prodi che non si sarebbe ritirato dalla contesa quirinalizia a meno che non fossero i grillini a chiederlo. “Per parte mia non sarò d’ostacolo qualora il M5S voglia prendere in considerazioni soluzioni diverse”, disse Rodotà a Prodi. Una posizione che sorprese anche Beppe Grillo: “Pensavo che Rodotà rifiutasse la candidatura, perché lui e Prodi sono amici”. Ma non andò così. Il piano di chi sosteneva Prodi contava, e non poco, su una covergenza con i grillini. Ma Rodotà restò in pista. Prodi venne impallinato. Il resto è già storia.

Insomma, i testimoni oculari e i vicinissimi a Bersani sono concordi nell’affermare che Renzi non era, in ogni caso, il capo dei congiurati. E questo basta per accertare che Stefano Fassina ha detto una (un’altra) fregnaccia. Che poi ci fosse qualche, o magari anche una metà di renziani tra i franchi tiratori, è indubbio. Ma l’affossamento di Prodi fu più che altro un inside job del fronte che oggi punta il dito su Renzi. Curioso, no?