Del progetto del premier nessuno sa niente. Ma se anche l'ente finisse sotto l'Agenzia delle Entrate questo non cancellerà le cartelle esattoriali

Alessandro D'Amato

«Al 2018 Equitalia non ci arriva. La riorganizzazione di questo sistema prevederà un modello del tutto diverso. Stiamo riorganizzando il sistema perché sia sempre più a disposizione del cittadino e non vessatorio verso il cittadino»: Roberto Giovannini sulla Stampa di oggi parla delle dichiarazioni di Matteo Renzi a proposito dell’ente più odiato dagli italiani e cerca di indagare sul piano del governo per la sua cancellazione. E scopre subito, com’era altamente prevedibile, che se c’è un piano per la cancellazione di Equitalia questo è ben nascosto nei cassetti del premier visto che dell’iniziativa di Palazzo Chigi non sa nulla nessuno.  Anche se a dire del premier «ci stiamo lavorando con il ministro Padoan, con la direttrice dell’Agenzia delle Entrate Orlandi e con il direttore di Equitalia», a Equitalia nessuno ha mai sentito parlare di questo progetto. Ma non ne sa assolutamente nulla nemmeno il viceministro all’Economia Luigi Casero (Ncd), che è proprio il titolare della delega alle questioni fiscali. Questo però non vuol dire che il progetto non ci sia:

A sentire gli addetti ai lavori non cambierà granché, nella sostanza: cancellare Equitalia naturalmente non significa cancellare le cartelle esattoriali tanto antipatiche agli italiani, migliorare la situazione debitoria di chi ha multe e sanzioni arretrate, o ridurre il carico fiscale. A quel che si capisce, sondando le intenzioni di Palazzo Chigi, l’intenzione è fondamentalmente quella di cancellare il «brand» e financo lo stesso nome di Equitalia, la holding di cui è amministratore delegato Ernesto Maria Ruffini (una società al 51% dell’Agenzia delle Entrate e al 49% dell’Inps), che riscuote materialmente le imposte non pagate per conto delle istituzioni pubbliche. Un marchio che certamente non può per definizione essere «simpatico», e che nella lunga fase della crisi è diventata poco sopportabile ai contribuenti.

Anche per certe pratiche particolarmente odiose, da un po’ di tempo eliminate, come la possibilità che un tempo aveva Equitalia di pignorare la prima casa di chi non pagava una cartella, o quella di «bloccare» con il fermo amministrativo l’automobile o il furgone necessario per lavorare (e guadagnare i soldi necessari per pagare le tasse arretrate). Adesso, peraltro, è possibile pure suddividere in 120 rate gli importi dovuti. È stato ridotto al 6% l’aggio, ovvero la percentuale che Equitalia si «mette in tasca» quando riscuote una cartella esattoriale: somme che servono per far funzionare la macchina e pagare gli stipendi ai circa 8mila dipendenti.

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Cancellando Equitalia, che è l’erede delle 40 società di proprietà dei gruppi bancari che avevano in gestione la riscossione (attualmente tre, dal 1° luglio unificate), il governo spera dunque soprattutto di cancellare la sensazione «cupa» che Equitalia porta con sé inevitabilmente. Anche perché è la legge (e non l’esattore) a far sì che una semplice contravvenzione raddoppi se non pagata dopo 60 giorni, imponendo a chi la riscuote di versare al Comune che ha emesso la cartella anche i relativi interessi di mora. Anche per questo bisognerà in futuro valutare il reale effetto della riforma voluta da Matteo Renzi. Si può attribuire la riscossione esattoriale di tasse e imposte, il recupero dei crediti, i pignoramenti e i fermi auto all’Agenzia delle Entrate, come pure propone un ddl di M5S; ma la sostanza cambierà relativamente. Stesso discorso per la riscossione delle imposte locali e delle multe, che la legge aveva attribuito agli Enti locali, che però non sembrano essere pronti, visto che la riforma da anni viene sospesa con i vari decreti «milleproroghe».

Alessandro D’Amato

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