Economia

Il referendum fa salire lo spread

Ieri il differenziale di rendimento tra il Btp a dieci anni italiano e il Bund tedesco è tornato a impennarsi, raggiungendo i 157 punti, sette in più rispetto alla seduta precedente. Il movimento al rialzo dello spread è in corso da alcuni mesi dopo aver raggiunto un massimo, poi rientrato, in corrispondenza del referendum sulla Brexit. I Btp a dieci anni rendono l’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in più rispetto all’1,11% toccato a metà agosto. Secondo gli operatori sul mercato c’è nervosismo per l’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali americane, che ha contagiato anche i mercati azionari, tutti in calo, e caratterizzati da un aumento della volatilità. Sul mercato italiano incide più specificamente l’incognita dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo. In questo contesto chi detiene bond dei Paesi periferici dell’euro tende a preferire i Bonos spagnoli che ieri registravano un differenziale rispetto al Bund tedesco di circa 119 punti, corrispondenti a un rendimento dell’1,29%, quasi mezzo punto in meno rispetto a quanto offerto dal Btp italiano della stessa durata.

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Il referendum e lo spread (Corriere della Sera, 2 novembre 2016)

Spiega oggi Federico Fubini sul Corriere della Sera:

Visto così, anche da Bruxelles, il dissidio sul trattamento contabile di una somma da 0,2% di Pil per la prevenzione antisismica torna in secondo piano. Le ragioni sono evidenti nel costo di finanziamento del debito pubblico dell’Italia e nell’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato. L’intera strategia di stabilizzazione del governo è fondata su un calo degli interessi che deve pagare: questa cifra valeva il 4,8% del Pil quando Matteo Renzi è entrato a Palazzo Chigi, è stimata al 4% quest’anno ed era prevista al 3,7% nel 2017, in base alle aspettative di mercato prevalenti appena un paio di settimane fa.
Ciò significa che la spesa pubblica per onorare il debito l’anno prossimo sarebbe — o sarebbe stata — più bassa di cinque miliardi: una somma superiore a quanto serve nei casi peggiori per gestire gli sbarchi di migranti. Queste stime del Tesoro sono basate su prezzi e rendimenti dei titoli pubblici diffusi nel mercato nel momento in cui la legge di Stabilità è stata scritta a metà ottobre.

Da allora però la percezione che si avvicinano un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, e un piccolo ritorno di inflazione e di spesa pubblica a Washington, Londra e Pechino, hanno depresso i prezzi e alzato i rendimenti delle obbligazioni quasi ovunque:

Ma soprattutto, la forza del No nei sondaggi sul referendum, la crescita quasi zero e i problemi bancari in Italia hanno reso i bond del Tesoro di Roma i più fragili dell’area euro. I rendimenti dei titoli di Stato italiani a dieci anni sono schizzati in alto in un mese dall’1,25% all’1,75%, con l’ultimo strappo di ieri: è la performance peggiore in Europa, anche rispetto al Regno Unito e ormai in ritardo di quasi 0,5% sulla Spagna. Con la Banca d’Italia che compra titoli del Tesoro per quasi dieci miliardi al mese per conto della Banca centrale europea, questo è la spia che oggi non ci sono quasi compratori esteri per il debito italiano presente sul mercato.
In queste condizioni, non è difficile prevedere che un’eventuale vittoria del No farebbe salire ancora gli interessi, vanificherebbe miliardi di risparmi sul costo del debito e potrebbe far aumentare il deficit nel 2017 rispetto a quest’anno. La Commissione Ue ha una ragione di più per vigilare sui conti dell’Italia, e non far niente che rischi di favorire una sconfitta del governo nelle urne a dicembre.

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