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Referendum, Magi: "Da Consulta sentenza poco giuridica e molto politica"

Lorenzo Tosa|

“Le parole con cui Amato ha motivato pubblicamente l’inammissibilità dei referendum sono talmente prive di forza giuridica da far pensare a una sentenza politica”. Pesa ogni parola, Riccardo Magi, come da scuola Radicale, ma sono parole che pesano come macigni. Nel mirino Giuliano Amato, fresco Presidente di quella Corte Costituzionale che, nelle ultime 48 ore, ha bocciato i due quesiti referendari più attesi, quello sull’eutanasia e sulla cannabis legale, sospinti nei mesi scorsi da quasi 2 milioni di firme. Una doppia sentenza che Magi, deputato di +Europa e membro di punta dei due comitati referendari, non esita a definire senza mezzi termini “sconcertante”.

Magi, cos’è che l’ha infastidita di più della condotta della Corte e del Presidente Amato?

L’aspetto, in assoluto, peggiore è stato il tono, la modalità, l’intento esplicito di demolire la credibilità dei proponenti che non ti aspetti da un Presidente della Consulta, per di più nei confronti di chi, come ente promotore di un referendum, rappresenta di fatto un potere dello Stato e che ha attivato uno strumento previsto dalla Costituzione con cui si sarebbe potuto dare vita a una nuova stagione di partecipazione, come lo stesso Presidente Mattarella auspicava nel suo primo discorso, il giorno del giuramento. C’è poi un aspetto giuridico-costituzionale fondamentale: la Corte Costituzionale, come prevede l’articolo 75 della Costituzione, ha il potere di respingere un referendum su tre questioni fondamentali: amnistia e indulto, leggi di bilancio e ratifica dei trattati internazionali. Negli anni, invece, la Consulta è andata molto al di là delle sue prerogative introducendo dei principi di interpretazione per i quali oggi è possibile respingere ogni tipo di referendum. La Corte, in pratica, va a valutare la cosiddetta normativa di risulta, fornendo cioè un giudizio preventivo su quella che potrebbe essere la legge se il referendum dovesse passare. Ma tutto questo esula dai suoi poteri, e questo è il modo in cui decine di volte sono stati bloccati dei referendum, come in questo caso.

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Amato vi ha rimproverato pubblicamente errori tecnici che avrebbero reso impossibile l’approvazione. Cosa rispondete?

Una lettura sconcertante. I rilievi fatti lasciano intuire che la Corte non solo non ha  voluto leggere le memorie presentate dai comitati promotori a margine dei quesiti, ma neppure il dibattito delle ultime settimane in cui sono intervenuti a sostegno fini giuristi, costituzionalisti e persino Presidenti emeriti della Consulta. E’ quantomeno ingeneroso liquidare il tutto come se ci fossero stati degli errori marchiani da parte dei proponenti, di fronte a un lavoro di mesi e, soprattutto, alla partecipazione di quasi 2 milioni di persone, tra Eutanasia e Cannabis legale: gli unici due referendum davvero popolari. Il tutto, per altro, con una conferenza stampa in cui Amato ha mischiato valutazioni giuridiche a considerazioni personali in modo sbrigativo e a tratti allusivo. Non è stata una bella pagina.

Secondo Cappato, le parole di Amato sono state pronunciate in malafede, e allora sono da dimissioni. Oppure sono frutto di convinzioni che hanno viziato la sentenza, e in questo caso siamo di fronte a un errore grave. Lei che idea si è fatto?

E’ difficile anche esprimersi perché, a tutt’oggi, non abbiamo neanche tre righe di comunicato, ma abbiamo dovuto cogliere gli elementi giuridici dall’atteggiamento di sufficienza e di disprezzo espresse ieri dal Presidente Amato, tra l’altro con una notevole sproporzione di forze tra il Presidente del massimo organo giurisdizionale della Repubblica e il comitato promotore di un referendum. Le parole di Amato sono talmente prive di forza giuridica che quello che resta è un intento politico. Stupisce poi che Amato abbia rimandato la palla al Parlamento, come se il referendum fosse in qualche modo in contrapposizione, senza contare che è inutile chiedere al Parlamento che faccia in dieci mesi quello che non è riuscito a fare in quattro anni di legislatura e negli ultimi trent’anni.

foto IPP/Mario Romano
Milano 26/1/2019
Primo congresso nazionale di +Europa -Uniti+Forti-
nella foto Marco Cappato
Italy Photo Press-World Copyright

In particolare sulla cannabis, il motivo della inammissibilità è stato il presunto via libera collaterale alla coltivazione indiscriminata di oppio e coca. Come replicate?

Semplicemente, se si vuole intervenire sulla depenalizzazione della coltivazione della cannabis non si può fare altro che intervenire sull’articolo 73 comma 1 del Testo unico sugli stupefacenti, una legge che ha 30 anni, è scritta male ed è stata già oggetto di diversi interventi proprio della Consulta. Ma questo non significa, come ha detto Amato, ampliare la depenalizzazione anche alla coltivazione del papavero e della coca perché c’è differenza tra piante e sostanza e la cannabis è l’unica pianta a poter essere consumata direttamente, senza alcuna trasformazione, a differenza delle droghe pesanti che richiedono un processo di trasformazione, estrazione e produzione e resterebbero sanzionate così come lo sono oggi. E’ una motivazione che giuridicamente non sta in piedi.

E adesso cosa succederà? Dove si sposta la battaglia?

Sicuramente in Parlamento, dove esistono due testi base su eutanasia e cannabis, ognuno dei quali è ancora molto distante dall’essere accettabile. In particolare, sul testo di Pd e M5s sull’eutanasia, nato sull’onda della forte pressione dei referendum, abbiamo già depositato vari emendamenti migliorativi, anche se la strada è molto in salita e il testo, così com’è, rappresenterebbe addirittura un passo indietro su quanto ha indicato la stessa Corte costituzionale in materia di fine vita in seguito al processo Dj Fabo-Cappato. Più ancora complesso il tema della cannabis, dove la proposta Pierantoni suggerita come testo di riferimento dallo stesso Conte, invece di togliere sanzioni penali, le aumenta. In generale, più ancora che sul suicidio assistito, si respira un clima di profonda chiusura trasversale da parte di larghissima parte del Parlamento: un muro che non sarà affatto facile abbattere per le vie parlamentari, anche se combatteremo fino in fondo per farlo.

Referendum cannabis legale

In conclusione, se potesse guardare nel futuro ai prossimi dieci anni, come vede il destino di eutanasia e cannabis legale in Italia?

Penso che di qui a dieci anni potremmo essere tra i pochi paesi che non l’hanno ancora approvate. A dispetto delle parole del Presidente Amato, il mondo sta correndo veloce, addirittura legalizzando la cannabis, neanche solo depenalizzando come stavamo facendo noi. Penso agli Stati Uniti, al Canada, alla stessa Malta. Più ripenso a come sono andate le cose e alle parole che sono state utilizzate, più mi convinco della volontà politica di cercare il pelo nell’uovo per poter bloccare tutto. E non è una buona notizia per il Paese.