Opinioni

Per fortuna il referendum è fallito

Si respira sollievo, nelle sedi degli enti di assistenza e conforto ai più ricchi, per il fallimento del referendum di ieri; ci siamo recati in una di esse, ospitata in un edificio antico ma ancora dignitoso nel centro storico di una città del Nord, a parlare di persona con i responsabili di queste organizzazioni benemerite.
“La prospettiva, mi creda, era buja”, ci dice la direttrice Maria Coccarda Semiramide Lanzafame von Moltke, mentre accarezza un arazzo (“Lo vede?”, ci fa, con un mezzo sorriso, “È la battaglia di Courtrai del 1302… Sono passati settecento anni e dobbiamo ancora tenercelo, per mancanza di alternative. E i Caravaggi? Non ce n’è uno che vada oltre il Seicento… Ma ci chiamano ricchi”), “Sicuro, il quesito era limitato, e la posta in ballo, all’apparenza, scarsa. Ma c’è un principio… Se passa l’idea che sia giusto andare a sficcanasare su quello che uno fa con i beni altrui, di lì al totalitarismo è un attimo. Poniamo – vuole del taramas bizantino? Arriva direttamente da Caffa: come si dice, Se vuoi schiavi e caviale, in Crimea devi approdare -, poniamo che uno debba giustificarsi per avere in concessione beni pubici…”.
“Pubblici”.
“Sì, pulvici, quella parola lì… Ho una certa età, sa, non sono avvezza ai modernismi… Comunque, mi hanno dato, indubbiamente perché me li merito, dei beni purrrrrici da amministrare; perché mai dovrei avere una scadenza? Perché rendicontare ciò che faccio o riconsiderare l’affitto? Siamo forse nel refettorio di un brefotrofio e temete che voglia avvelenare i collegiali? E poi che altro? Si comincerà magari a dire che devo pagare delle imposte, o che devo contribuire alle spese per lo smantellamento delle infrastrutture che io ho montato pro bono…”.
“La capisco, signora. Posso avere ancora del taramas? È delizioso!”.
referendum 17 aprile quorum
“No, è per i nostri assistiti. Vede, ci sarebbe stato un ulteriore rischio, fossero passate queste idee: che poi uno un giorno se ne venisse fuori a urlare in dialetto che c’è qualcosa di strano nel fare i soldi vendendo cose che non si possiedono e su cui non si vantano diritti di nessun genere. Ma qui, lei lo vedrà poi durante la distribuzione della bottarga, qui c’è molta gente che non ha mai fatto nulla nella vita, né è in grado di fare nulla, e non può pensare a una certa età – 20, 30, anche 40 anni – di imparare a fare qualcosa. Inoltre, mi segua, le pare sensato che si chieda a un governo di distribuire benefici e welfare state ai poveri? I poveri sono tanti, in più non sono abituati ad avere soldi e li spenderebbero in scempiaggini e figurine di calciatori. Meglio dare le stesse somme ai ricchi, che sono meno e sanno usarle; in questo senso mi pare che l’opinione punica cominci a comprenderci… Sarà l’ottimismo di una cooperante! Ma venga, venga a vedere questi poveracci”.
E mi trascina in un salone alto alto, triste nel suo cupo legno pregiato, coi cassettoni del soffitto che sembrano inquadrare in mesti quadratoni la folla che ciondola metri e metri più in basso: gente che non ha più nulla, niente feudi, niente reami, niente ferriere; solo qualche collare del Toson d’Oro, non lucidato da giorni, occhieggia tra i meschini. E tutti quegli “Encore! Encore!” che spezzano il cuore, e ti fanno uscire da quel palazzo senza più taramas, forse, ma con il cuore colmo di un sentimento nuovo.