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La Corte Costituzionale boccia il referendum della CGIL sull'articolo 18, ok a voucher e appalti

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Oggi la Corte Costituzionale ha concluso l’esame dei tre quesiti referendari proposti dalla CGIL in merito al Jobs Act, la legge di riforma del mercato del lavoro varata dal Governo Renzi. Una volta auditi gli avvocati della CGIL, Vittorio Angiolini e Amos Andreoni, e successivamente l’avvocato dello Stato, il vice avvocato generale Vincenzo Nunzi, i giudici (13 su 15 che costituiscono il plenum) si sono ritirati in camera di consiglio. Il verdetto sull’ammissibilità dei tre quesiti ha stabilito che sono ammessi i questi che riguardano voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti mentre ha detto no al referendum abrogativo sulle modifiche all’articolo 18 introdotte con il Jobs Act. Nell’odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)” ( n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi ” (n. 169 Reg. Referendum).
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Cosa chiedevano i tre quesiti referendari promossi dalla CGIL

Il nove dicembre l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione ha certificato «il superamento per tutte e tre le iniziative referendarie delle 500 mila sottoscrizioni valide». La CGIL infatti aveva raccolto oltre un milione di firme per ciascuno dei tre quesiti referendari, ovvero: la cancellazione del lavoro accessorio (quello pagato tramite i voucher); la reintroduzione della tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al disopra dei cinque dipendenti (ovvero l’articolo 18 abolito da Renzi con la riforma del mercato del lavoro) ed infine la reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti. Il primo quesito riguardava la questione dei voucher ovvero del lavoro occasionale accessorio, particolarmente sentita soprattutto tra i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro e che rispetto al 2015 son aumentati del 34% in cifre significa che tra gennaio e settembre 2016 le aziende hanno acquistato 109 milioni e 553.754 mila “buoni”. Teoricamente i voucher avrebbero dovuto servire per consentire l’emersione del lavoro nero. Ma è accaduto esattamente l’opposto, ovvero i ticket vengono utilizzati per nascondere il lavoro nero. A dirlo non è solo la CGIL ma anche il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano e il presidente dell’INPS Tito Boeri che ha definito i voucher la nuova frontiera del precariato. Tradotto in parole povere il problema relativo ai voucher è questo: il datore di lavoro segna un’ora pagata con i voucher lavoro ma è possibile che il lavoratore (tutt’altro che occasionale) di ore effettive ne abbia lavorate molte di più. Poi, quando scattano i controlli a campione o, nella peggiore delle ipotesi, si verifica un incidente sul lavoro il datore di lavoro prontamente compila anche i voucher per coprire le ore restanti in modo da risultare in regola con i contributi. Il secondo invece mirava a ripristinare la possibilità di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento disciplinare giudicato illegittimo anche per le aziende al di sotto dei 15 dipendenti e sopra i cinque dipendenti. Su questo quesito, che riguardava uno dei punti centrali della riforma del lavoro, pesano soprattutto i dati resi noti dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps che ha rilevato un aumento rispetto al 2015 del 28% dei licenziamenti disciplinari (ovvero proprio la materia normata precedentemente dall’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori) nei primi otto mesi del 2016. Si è passati dai  36.048 licenziamenti disciplinari del 2015 ai 46.255 dello stesso periodo del 2016, questo aumento è dovuto soprattutto alla certezza – per le aziende – che il lavoratore non ha diritto al reintegramento in caso di ingiusto licenziamento. Infine il terzo quesito, su una materia molto più tecnica dei precedenti, chiedeva l’abrogazione delle norme che limitano la responsabilità solidale degli appalti; con il referendum la CGIL chiede di reintrodurre la piena responsabilità in solido tra appaltatori e appaltante in caso di irregolarità retributive o contributive nei confronti dei lavoratori. Si tratta di una norma che riguarda tutti quei lavoratori assunti da un appaltatore che ha ricevuto l’incarico da un committente quindi oggetto di esternalizzazioni. La normativa attuale riguardante la derogabilità della solidarietà retributiva è andata a modificare la Legge Fornero e prevede che il lavoratore, qualora ravvisi delle irregolarità debba prima fare causa (e vincerla) sia nei confronti del datore di lavoro sia del committente che però ha la possibilità di eccepire il beneficio di preventiva escussione il che significa che il lavoratore deve prima tentare di recuperare il proprio credito dal datore di lavoro e dei subappaltatori e solo successivamente poter avanzare le proprie richieste al committente. Il problema naturalmente nasce dal fatto che gli appaltatori sono generalmente difficilmente in grado di pagare i debiti e questo rappresenta una disparità di trattamento tra lavoratori perché i dipendenti dell’appaltatore avrebbero più difficoltà nel veder riconosciuti i propri diritti. 

Cosa ha deciso la Consulta sui referendum sul Jobs Act

Se inizialmente tutti davano per scontato che la Consulta ammettesse tutti e tre i quesiti negli ultimi giorni è emersa l’esistenza di una spaccatura in seno alla Consulta. A certificarla in maniera ufficiosa un articolo di Repubblica sul tema che riferiva la posizione del giudice della Corte nonché ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato che a fine dicembre avrebbe manifestato la volontà di bocciare il quesito sull’articolo 18 ritenendolo – stando ad alcune indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi -non solo abrogativo, ma di fatto propositivo e manipolativo. Su una linea diametralmente opposta sempre le solite indiscrezioni davano la giuslavorista Silvana Sciarra, docente di diritto del lavoro a Firenze, scelta da Renzi e votata dal Parlamento nel 2014, che stando a quanto rivelato da Repubblica era “intenzionata invece a dichiarare ammissibile il quesito della Cgil nella sua integrità o quanto meno escludendo solo le righe che riguardano il reintegro dei lavoratori licenziati nelle piccolissime imprese“. Se per il quesito sui voucher e quello sulla responsabilità in solido appaltante-appaltatore l’approvazione è sembrata più scontata sull’Articolo 18 l’ammissibilità era sembrata via via più in bilico, e al centro del dibattito c’era in particolare l’ultimo comma del testo del referendum, il numero 8. Tra coloro che pronosticavano la bocciatura del quesito sull’Articolo 18 c’era ad esempio il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova che ha dichiarato questa mattina “credo che quello dell’articolo 18 non passi, perché dentro un quesito ne hanno messo tre diversi quesiti e chi come me, e Pannella, ha combattuto contro la giurisprudenza della Corte Costituzionale sa che non può passare”. Il problema relativo al quesito sul licenziamento illegittimo era, secondo alcuni, che non si sarebbe limitato a cancellare una norma ma ne avrebbe creata una nuova. Secondo un’altra intepretazione però scrive Roberto Giovannini sulla Stampa di oggi – sulla scorta di quella che si immaginava essere la linea della Sciarra –  ci sarebbe una consolidata giurisprudenza della Consulta che “consentirebbe la creazione di nuove leggi attraverso il «taglia e cuci» dei quesiti“.

A chi conviene la decisione della Consulta?

Ora che la Consulta ha deciso la non ammissibilità del referendum relativo all’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sicuramente Matteo Renzi e Giuliano Poletti possono tirare un sospiro di sollievo. Non c’è dubbio infatti che un referendum su quello che è considerato uno dei punti cardine del Jobs Act e sul quale Renzi si è speso personalmente avrebbe potuto essere interpretato come un altro referendum pro o contro Renzi, una cosa che con le elezioni alle porte non avrebbe senz’altro giovato alle ambizioni dell’ex Premier. Rimangono però in piedi gli altri due quesiti, tralasciando quello in materia di appalti che è troppo tecnico per essere politicizzato, quello sui voucher può ancora fare male al Governo. Anche se Poletti negli ultimi tempi ha accennato alla volontà di voler attuare una revisione del sistema di pagamento per il lavoro accessorio (in modo anche da disinnescare il referendum) questo potrebbe non bastare perché la proposta avanzata dalla CGIL richiede la completa abolizione del sistema dei voucher. Su questo punto potrebbero convergere molti degli elettori che – stando all’analisi dei flussi elettorali del referendum del 4 dicembre – hanno votato No ovvero la massa dei giovani precari che potrebbero essere tra coloro pagati con i buoni lavoro o che si considerano “a rischio” di essere assunti ingiustamente con contratti normati dalla legge sul lavoro occasionale e accessorio.