Cultura e scienze

Perché la Rai, Mediaset e La7 dovrebbero smettere di apparecchiare le interviste al MoVimento 5 Stelle

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In principio era il Verbo e il Verbo era presso Beppe e il Verbo era il Blog. Il Blog vietava ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle di andare in televisione (e ancora oggi il codice di comportamento lo sconsiglia) e per questo il senatore Marino Mastrangeli fu il primo cittadino-portavoce espulso per essere andato “troppo” in televisione. Era il 2013 e i tempi sono cambiati, ora gli esponenti del 5 Stelle vanno regolarmente in televisione ma ci vanno alle loro condizioni, ovvero evitando il dibattito.
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Il senso del MoVimento 5 Stelle per i talk show

È noto infatti che per i talk show e le trasmissioni televisive di approfondimento politico ci sia un solo modo per avere l’intervista di Alessandro Di Battista o Luigi Di Maio: il faccia a faccia con il conduttore. Interviste apparecchiate le ha chiamate ieri Stefano Esposito, senatore del Partito Democratico, durante una puntata di Tagadà trasmissione de La 7 dove era andato in onda l’ennesimo monologo senza contraddittorio di Luigi Di Maio. Così come sul Blog e su Facebook lo Staff e Grillo non hanno mai risposto agli utenti allo stesso modo i cittadini-portavoce scelgono accuratamente con chi parlare, o meglio, con chi non parlare in modo da evitare il confronto. In questo modo ad esempio Di Maio può parlare per giorni dei pericoli e dei rischi del progetto dello Stadio della Roma oppure spiegarci che le opere pubbliche si faranno lo stesso senza che il giornalista o l’intervistatore metta in dubbio quello che dice. E dal momento che non c’è il contraddittorio e Di Maio non è costretto a confrontarsi con una posizione alternativa alla sua il messaggio che passa è che l’esponente pentastellato stia dicendo tutte cose giuste e corrette. Anzi, che le cose vere le dicano solo i politici del 5 Stelle perché sono gli unici che non vengono interrotti quando parlano. Più che interviste sono videomessaggi e bisogna dare atto al MoVimento di essere riuscito grazie ai continui lamenti sulle “televisioni che sono contro il MoVimento 5 Stelle” a costringere i conduttori televisivi a piegarsi alle loro condizioni. Questa situazione è frutto di una scelta precisa dello staff della Comunicazione ed era stata denunciata già da Paolo Becchi, il professore ed ex ideologo dei pentastellati che aveva spiegato che sono i giornalisti a permettere ai 5 Stelle di sottrarsi al confronto organizzando interviste “su misura” per i cittadini-portavoce:

Non è vero che le televisioni sono contro il M5S; la verità è che loro vanno e scelgono con chi confrontarsi, mentre i conduttori glielo permettono. E cercano di evitare gli ospiti che potrebbero metterli in difficoltà. Io non me la prendo con il direttore del programma ma con il fatto che c’è chi si fa le regole del gioco su misura; dovrebbero accettarsi di confrontarsi con tutti. Come mai siamo arrivati al punto che se Becchi è invitato in un programma televisivo l’Ufficio di comunicazione dice ‘Noi veniamo ma a patto che ritiriate Becchi’? Questo è il dato di fatto.

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Che sia in studio o con un collegamento esterno il parlamentare del M5S dialoga solo con il conduttore e non con gli altri ospiti se questi sono esponenti politici di altri partiti. Ci sono rare eccezioni, ad esempio qualche giorno fa Giulia Sarti era ospite a Bersaglio Mobile di Enrico Mentana che evidentemente è riuscito ad imporsi sulle regole della Comunicazione del MoVimento e in studio a fianco della Sarti c’era anche David Ermini del Partito Democratico. Ma si tratta appunto di un’eccezione, perché – e basta guardare i video estratti dai talk show e caricati sul canale YouTube M5SParlamento – per rendersi conto che la stragrande maggioranza degli interventi televisivi dei parlamentari a 5 Stelle – soprattutto quelli di Di Battista e di Di Maio – sono in solitaria. Che si tratti di Agorà, di Matrix, della Gabbia. di Carta Bianca o di Piazza Pulita i pentastellati sono sempre da soli e al massimo oltre a quelle del conduttore rispondono a domande poste dai giornalisti invitati in studio. Questo sottrarsi al confronto politico in televisione serve ovviamente a marcare la differenza con i “politici di professione” e a non rischiare di farsi cogliere in fallo su alcuni temi. Il politico a 5 Stelle non viene mai contestato, non è costretto ad alzare la voce e a strepitare come abbiamo visto fare ad altri parlamentari durante accesi – e spesso poco onorevoli – litigi televisivi. Di fatto il MoVimento utilizza la televisione come se fosse lo spazio del Blog, anzi, grazie a questo escamotage le interviste possono tranquillamente essere utilizzate come video di propaganda già fatti e finiti. Non c’è bisogno di affaticarsi a fare tagli, gli elettori che li vedono tramite la Cosa o i vari canali di disseminazione pentastellati non devono sentire le obiezioni di altri esponenti politici ma sentono solo la versione “a 5 Stelle” di un dato fatto o di una certa questione: il canale ufficiale dei deputati del MoVimento ha 136.266 iscritti e 52.037.533 di visualizzazioni).

Le tattiche comunicative di Di Battista e Di Maio

In buona sostanza i 5 Stelle sono riusciti a creare attorno a loro un vuoto, un intercapedine che li separa dagli altri esponenti politici. Deputati e Senatori con i quali giocoforza si confrontano quotidianamente in Aula e in Commissione ma evidentemente non è “opportuno” riproporre quei dialoghi al pubblico televisivo. Non essendo riusciti ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (o avendo visto che non era poi così conveniente) i pentastellati hanno creato una bolla televisiva all’interno della quale esistono solo loro. Per il partito che aveva iniziato la sua avventura politica con le dirette in streaming delle trattative con Bersani e Renzi si tratta di un bel cambiamento.
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Risulta agevole a quel punto utilizzare quei titoli acchiappa click come “Alessandro Di Battista ASFALTA il PD” o altre amenità del genere. Se il PD (o l’altra parte politica) non appare e non può obiettare significa che è stato ridotto al silenzio dalle argomentazioni pentastellate quando in realtà il silenzio è stato creato artificialmente per far sentire una sola voce. Quando non è fisicamente presente in studio Alessandro Di Battista preferisce collegarsi con un gruppo di attivisti alle spalle, per far vedere che lui è ggente e che sta in mezzo al popolo (arrivando a vette di interpretazione gentista come il finto sfogo “io voglio votare”). Di Maio invece, che da sempre ha scelto un profilo più istituzionale, invece si collega dal suo ufficio di Vicepresidente della Camera quasi per invitare telespettatori e attivisti a vedere che sta lavorando per loro all’interno del Palazzo. Una scelta non casuale perché Di Battista e Di Maio sono complementari e rappresentano le due anime del MoVimento: quella più movimentista e sognatrice e quella più pacata e riflessiva. Due anime però che scompaiono all’unisono quando il M5S è nei guai avvalendosi della facoltà di non rispondere. I 5 Stelle sono stati bravi, bisogna ammetterlo, perché sono riusciti a sfruttare il desiderio dei giornalisti di avere qualcosa di apparentemente impossibile da ottenere per imporre le loro condizioni sulla presenza televisiva dei loro esponenti di spicco. Ma al tempo stesso, tra interviste concordate con giornalisti e ospiti graditi il M5S si sta comportando come quei politici che rifiutano il confronto e parlano solo attraverso comunicati ufficiali. I giornalisti però hanno le loro responsabilità perché i monologhi a 5 Stelle possono andare bene per uno spettacolo teatrale o uno show su Netflix ma non giovano al dibattito politico. Qualcuno deve far presente ai pentastellati che fare politica è accettare il confronto con gli altri, perché oggi a farne le spese sono gli esponenti dei partiti politici, domani potrebbero essere i giornalisti e chiunque venga identificato come nemico o non degno di prendere parte al confronto. Del resto stiamo parlando del partito dove alcuni esponenti si vantavano di non stringere la mano agli avversari politici.