Opinioni

The Italian Lockdown – Cronache da un Paese in Quarantena: 26. Pasqua e Pasquetta

Fiori di Gardenia. Riti di passaggio. Lite con mamma e lancia idroelettrica. Pasquetta è un altro giorno, si vedrà.

Domenica, 12 aprile 2020.

Hanno riaperto i fioristi e ne ho approfittato. Sabato, ho comprato una gardenia in vaso. L’ho nascosta in garage, perché i fiori erano così profumati che, se l’avessi portata in casa, mia madre se ne sarebbe accorta e volevo farle una sorpresa.

“Dov’è che vai adesso? Guarda che è pronto!”
“Torno subito” le ho detto prima che mettesse in tavola.
Sono scesa un secondo per tornare con in mano la pianta.
“Dai che diventa fr… Oh! Ma che bella!” si è sciolta in un sorriso. “L’hai comprata tu?”
E chi, se no? Babbo Natale? E’ Pasqua oggi.
Mia madre si è chinata ad annusare i fiori, poi ha deciso che la pianta era meglio metterla sul davanzale, così da esporla alla luce.

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Il profumo inondava il salotto, tanto da disturbare il palato, in procinto di assaggiare i cappelletti in brodo.
“Come sono?”
“Profumati” ho risposto a mo’ di battuta.
“Non ti va mai bene niente, a te!”

L’effetto sorpresa è svanito nel breve volgere di un attimo. I fiori sono entrati in competizione con il piatto che mia madre aveva cucinato. Non so perché, tra noi, dovesse sempre finire così. Anche quando cercavo di comportarmi da brava ragazza, non era mai abbastanza.

“Povero Luciano. Chissà cosa avrà da mangiare. Poverino. Tutto solo…”
“Magari non mangia nemmeno. Si sarà messo a scrivere per ingannare il tempo.”
“Ma ti pare che possa mettersi a scrivere anche oggi? Sarà triste, invece. E poi i cappelletti non li sa fare.”
“Peggio per lui. Poteva imparare. E comunque il massimo che sa cucinare è un’insalata di pomodori col tonno. E’ un mezzo troglodita.”

Non l’avessi mai detto. Ero andata a toccare il suo figliolo prediletto.
“Perché? Tu sapresti cucinare forse?”
“I cappelletti no. I tortelli sì. Mi sembra abbastanza.”
“Lasci sempre le cose a metà, tu.”

Easter Sunday, we were talking…

Abbiamo finito i piatti senza più rivolgerci la parola. Qualcosa si era infilato tra noi, come una crepa, come al solito. E non era il profumo dei fiori.

“Senti un po’” ho chiesto per stemperare. “Mi sa che non te l’ho mai chiesto. Com’è che mi avete chiamato Angela?”
“Ma sì che te l’ho detto. Almeno mille volte. Era il nome del nonno. Avevamo deciso così, con tuo padre. Poi sei arrivata prima tu e così…”
“Prima per modo di dire. Saranno passati dieci minuti.”
“Almeno mezz’ora, forse di più! Anzi, secondo me c’è voluto tipo un’ora. Luciano mi ha fatto penare. E’ venuto al mondo così, tormentato. Sin dall’inizio.”
Mentre io, invece, tutto rosa e fiori. Si vede che meritavo una punizione, a dispetto del mio nome.

Easter Sunday, we were talking…

“Avrei potuto morire dissanguata, quel giorno. Non è mica come adesso. Sai quanta gente moriva di parto, all’epoca?”
La solita esagerata. Come se io e Luciano fossimo nati nell’ottocento. E però, quel riferimento al sangue mi ha fatto sussultare.
“Ti pare una cosa da dire?”
“Beh, che c’è? Tanto abbiamo finito di mangiare.”
“Mamma, ti rendi conto di cosa hai appena detto?”
“Cosa? E’ la verità.”
“Io sono finita in ospedale quando ho perso il bambino!”

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Era successo in Inghilterra. Lei non c’era, per questo tendeva a dimenticare. A voler essere comprensivi.
“Si vede che non era venuto il momento.”
Mamma che cazzo dici.
“E poi, insomma, non mi pare che sia andata tanto bene con quel… come si chiamava?”
Jason.
“Non mi è mai piaciuto. Aveva un che di sfuggente. Anche quando è venuto qui, quella volta, va bene che non parlo inglese, ma nemmeno un gesto affettuoso, anche a tavola, niente. E poi, insomma, nel momento che sei rimasta incinta avrebbe anche potuto chiedere di sposarti. Dico male? E allora forse è stato meglio così.”
“Vaffanculo mamma.”

Glielo sputo in faccia, perché davvero non ne posso più. Lei si porta una mano alla bocca. Per non replicare o forse per una punta di rammarico. Poi si alza e corre a rifugiarsi in camera. Prendo a sparecchiare e nel giro di pochi minuti ecco arrivare un messaggio di Luciano, puntuale.

“Possibile che dobbiate litigare anche oggi?”
“Mamma è una stronza.”
“Dai, non fare così.”

Spengo il cellulare, non ho voglia di messaggiare e vado a stendermi sul letto. Un fischio trapana le orecchie. C’è un tizio, nel vicinato, che da stamattina aziona la lancia dell’idropulitrice, per lavare i quadrotti di porfido del suo cortile. Dio lo stramaledica.

Vado a prendermi una bottiglia di vino in garage e me la scolo, a collo, seduta su una sedia a sdraio. Al riparo. Al buio.

Quando mi risveglio e salgo su per le scale, incerta sulle gambe, dopo essermi perduta nell’oblio, fuori fa scuro. Dicono che Pasqua rappresenta un rito di passaggio che prepara allo sbocciare della primavera. Sicuramente, nei prossimi giorni, verranno azionati tutti i tosaerba possibili e immaginabili. Che tutti sono diventati giardinieri, in sti giorni. Ecco che cos’è, sta Pasqua in quarantena.

Salgo in casa e trovo mia madre seduta da sola, sul divano. La luce spenta. Il profumo dei fiori di gardenia è quasi nauseante. Mi rendo conto che sta piangendo e proprio non ce la faccio a vederla così.

Mi siedo accanto a lei, che subito mi appoggia la testa sulla spalla. Poi, subito dopo, in grembo.
“Non sono stata una buona madre con te.”
“Che dici, dai…”
“Non so perché. Si vede che mi hanno educata così. Come se gli uomini venissero sempre prima.”
“E invece sono sbucata fuori io, per prima, dalla tua pancia. Che disastro, eh?”

La sento scuotersi, da una risata soffocata, in silenzio. E mi chino a baciarla sulla fronte. E lei si aggrappa a me, per la prima volta in vita sua, bagnandomi il petto di lacrime.
“Dai, che domani è Pasquetta” le dico.