Opinioni

The Italian Lockdown – Cronache da un Paese in Quarantena: 12. Will you call my name?

Angela pensa, ripensa, tripensa… finché esce a far la spesa, ma le cose non migliorano. Una logorante attesa, tra le insidie del quotidiano, sentinelle appollaiate ai balconi, gente che non rispetta le distanze e tanti troppi zombie nella testa. Poi, finalmente…

Lunedì, 23 marzo 2020.

I chirurghi lavorano di domenica? No, chiedo. Perché visto che gli ho mandato almeno tre, diciamo quattro messaggi, forse cinque, ad Alberto, almeno una volta avrebbe potuto degnarsi di rispondere, no?
Che poi, io sto rivedendo tante cose nella vita mia, tipo che Don’t you forget about me dei Simple Minds, altro che scadimento nel commerciale. E’ la canzone più bella che abbiano mai fatto, che quando dice “Will you call my name” cazzo. Call me. Cazzo altro c’hai da fare?

Stronzo.

Io lo sapevo, che quelli col Suv sono teste di cazzo, e ci sono cose nella vita che non dovrebbero mai essere messe in discussione. Anche perché, diciamolo, Alberto opera all’ospedale di Guastalla, ma lavora anche in una clinica privata, quella con il sito dove ho trovato il suo numero di telefono, che sono sicura che se avessi dovuto farmi operare alla spina dorsale e spendere tipo diecimila euro, sicuro che mi rispondeva. Testa di cazzo.

terapia intensiva coronavirus

Anzi no. Testa di cazzo io che gli ho mandato… quanti messaggi? Quattro, cinque? No. Sono sei in effetti. Mettiamoli in fila.

1 – Ciao Alberto, tutto bene?
2 – La mia caviglia molto meglio oggi. Dici che dovrei comunque stare attenta e continuare con le stampelle?
3 – Scusami se sono così insistente, ma… E’ solo che… avrei voglia di sentirti.
4 – Ho capito. Quando ci siamo conosciuti. Sei uomo di poche parole. Vorrei tanto sapere che fai con quello bisturi, chirurgone!
5 – Scusa volevo dire chirurgo. Il correttore è una rottura di maroni.
6 – Ok. Sto zitta. Fatti vivo, se puoi.

L’altra sera, alle 18 in punto, Borrelli, quello della Protezione Civile, ha sciorinato la solita sfilza di dati. Un bollettino di guerra. Mia madre non se ne perde uno. Io chiudo la porta e mi tappo in camera. Poi, però, a cena, me lo sento ripetere come un mantra.
I morti sarebbero diminuiti, per la prima volta. Da 700 a 600, qualcosa del genere, non mi chiedete il numero preciso che a me ste cifre entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Anche i contagi sarebbero in diminuzione. Io mi chiedo quanti siamo, in realtà, ad essere contagiati. Se registrano solo quelli che arrivano in ospedale, perché hanno dei problemi, gli asintomatici quanti sono?
Anche Gulliver pubblica ogni giorno i dati su Facebook. Non è che me li vado a cercare, ma ogni tanto mi spuntano davanti. L’ultima volta che ho letto, in paese, il numero avrebbe raggiunto la trentina. Chi in ospedale, chi a casa. Non sono pochi per una cittadina di 20.000 abitanti.
Ho paura ad uscire fuori, ma mi tocca. Il quotidiano che diventa paura, il quotidiano che diventa rischio, il quotidiano che diventa pericolo. La sfiga dietro l’angolo. Mi sono fatta una mascherina con il reggiseno di mia madre, una quarta, che io ho le tette piccole.

coronavirus dati protezione civile 23 marzo 2020

Prima di svoltare sulla salitella che porta su viale Battisti, devo passare sotto un condominio di tre piani con diversi balconi. C’è una vecchia che tutti i giorni si apposta, come una sentinella.
“Devi stare in casa!” grida ogni volta.
Vedi di andartene affanculo. Che se esco per andare fare la spesa, non mi metto in tailleur. E se me la faccio tutta di corsa, con la tuta da ginnastica, sono cazzi miei. E tu sei sprovvista di distintivo. Megera!

Non ho voglia di andare alla Coop, oggi posso cavarmela coi Cervi, che poi non si chiamano così, ma hanno un negozio di alimentari ben fornito in via Fratelli Cervi. Sono gentili. O almeno lo erano. Ora, nascosti dietro le loro mascherine, hanno poco voglia di parlare. Chi fa quel lavoro, di fatto, si ritrova in prima linea, come medici e infermieri.
Prendo un po’ di pasta, molta frutta e un paio di bottiglie di vino. Mia madre non disdegna un bicchiere o due, a tavola. Io avrei voglia di ubriacarmi ogni sera, ma ho deciso che mi devo comportare bene. Quando Alberto mi inviterà a cena, dovrò stare attenta a non scolarmi tutta la bottiglia.

Mi chiedo dove mi porterà. Che gusti abbia. So di un posto, a Reggio Emilia, ricavato dentro le mura di una delle antiche porte della città. Non ci sono mai stata e mi piacerebbe vederlo. Ma forse è un po’ troppo alternativo per Alberto. Forse dovremmo trovare una via di mezzo. Anche una pizza andrebbe bene, ma da queste parti le pizze fanno mediamente schifo. Rispondesse al telefono, sto stronzo, magari potremmo cominciare a discuterne.

Mi sono dimenticata le fragole che tanto piacciono a mia madre e torno dentro al negozio. Una tizia mi passa accanto e si sbraccia per afferrare due cestini, piazzandomi l’ascella sotto il naso.
“Bisogna tenere le distanze!” la rimprovero, che quasi non riconosco la mia voce.
“Stia tranquilla, non sono infetta” risponde.
“Lo sono io!” la stendo, che quasi si piega in due per lo spavento.

Torno verso casa, alzo il dito medio in direzione della vecchia sempre appostata sul balcone, e raggiungo il portone di quello che un tempo era un antico ospedale. Ricordo che quando lo hanno ristrutturato, per ricavarci degli appartamenti, hanno ritrovato un ossario. Manca solo che escano gli zombie e siamo a posto.
Salgo su, poso le buste della spesa sul tavolo, vado in camera e mi stendo a letto, senza nemmeno salutare mia madre che inganna il tempo facendo le parole crociate.
Non è stanchezza, la mia. E’ fatica. Fatica di vivere. Sembra di stare dentro un quadro di Hopper. Siamo tutti dentro un quadro di Hopper. Sono passate due settimane ormai e ancora non si vede la fine di questo strazio.

coronavirus roma deserta

Pensavo di essere forte, di potercela fare, e invece no. Sto capitolando, sotto l’incedere di questi giorni vuoti. Quasi mi rammarico di non essere rimasta a Roma, anche solo per vedere le anatre che hanno preso a sguazzare nella Barcaccia di Piazza di Spagna, ma Luciano dice che anche là non ci si può muovere e andare in centro è fuori discussione. Ora che hanno bloccato tutte le attività produttive e nessuno va più al lavoro, sono pure aumentate le file davanti agli alimentari. Spesso, lui se la cava entrando nel negozietto dei Bengalesi. Sempre vuoto. La gente è razzista, evidentemente. O forse preferisce stare all’aria aperta in qualche modo, seppur in fila.

“What’s in your hee-head, in your hee-head, zombie, zombie, zombieeee” cantava la tipa dei Cranberries, quella che poi si è ammazzata, di droghe o di alcool, non ricordo.
Non lo avrei mai detto, anche se si chiamava Dolores. Però è vero che gli irlandesi sono gente strana. Divertenti come pochi, ma con una tendenza all’autodistruzione alcolica che non ha eguali al mondo. Quando vivevo in Inghilterra ne ho conosciuti diversi.
A proposito, è da un po’ che non sento Jason. Anche là è iniziato il Lockdown. Magari gli fa bene, così evita di strafogarsi di fish and chips.
Mi gioco le palle che non ho, che si è messo con quella sciacquetta di Abigail. Sono anni che gli ronzava attorno, ora che ho lasciato il campo libero, di sicuro avrà trovato il modo di farsi avanti. Lui non mi dirà niente, figuriamoci. Lo so che è rimasto con un palmo di naso, quando gli ho detto che me ne tornavo in Italia. Non me l’ha mai perdonata. E vabbè, scopati Abigail, consolati con lei, che tanto lo so, non vale il mio mignolo.

Truc. Un messaggio. Alberto. Cazzzo!

“Scusami se non ti ho risposto. Sono giornate difficili. Non appena avrò un minuto, ti chiamo.”
Mette pure la faccina con il bacio e scatto in piedi come una molla per fiondarmi in bagno. Devo farmi la doccia, lavare i capelli e farmi una piastra.
Devo essere perfetta.

Perfetta, sì. Perché ormai ho deciso e Alberto me lo sposo. Non so cosa ne pensi lui, ma non importa. Si convincerà. Lo convincerò. A letto sono brava come poche e secondo me pure lui non è male.
Chissà se è un tipo che parla sporco, nell’atto. Credo di sì. Tutto perfetto fuori, tutto marcio dentro.
Mi piacciono gli uomini marci. Voglio marcire con lui. Spedirlo sulla luna e ritorno, con la bocca piena. E se proprio è troppo, sputo.
Ma non andrà così. Lo so. E’ un tipo diverso da quelli che ho frequentato. Uno tutti baci, mi sa. Che in fondo sta bene anche a me, basta che non si vada troppo per le lunghe con i preliminari. Ma se caccia la testa là sotto va bene. Faccia il suo sporco lavoro, prima di assaggiare la mela del peccato.

No. Forse non gliela devo dare subito. Peccato. Pazienterò.