Fact checking

Quello che Matteo Renzi non dice sulle assenze di Luigi Di Maio

di maio assenze parlamento indennità

Oggi è il grande giorno della discussione in Aula alla Camera della proposta di legge del M5S (a prima firma di Roberta Lombardi) sul dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. Mentre il conto alla rovescia sul blog di Beppe Grillo prosegue inesorabile e il leader del MoVimento si appresta ad assistere dalla tribuna a quello che – in qualsiasi modo vada – sarà un grande show elettorale per i Cinque Stelle Matteo Renzi rilancia sui tagli dei costi della politica proponendo che il pagamento dell’indennità (che ammonta ora a 10.000 euro lordi al mese) sia legata alle presenze in aula.

Renzi vuole legare l’indennità alle presenze in Aula

La proposta dei Cinque Stelle prevede sostanzialmente due cose, l’abbassamento dell’indennità a 5.000 euro lordi al mese (intorno ai 3.000 euro netti) e l’obbligo di rendicontazione delle spese rimborsate fino ad un massimo di 3.500 euro al mese. Non viene invece intaccata la diaria, ovvero il compenso che i parlamentari ricevono per prendere parte ai lavori d’Aula, si tratta di circa 250 euro a seduta per un totale di 3.500 euro al mese. Attualmente la regola prevede che qualora il deputato o il senatore non prendesse parte ai lavori e risultasse assente “ingiustificato” (ovvero non in missione o in malattia) e non partecipasse ad almeno il 30% delle votazioni in programma verrebbe multato per l’importo giornaliero della diaria. Con l’attuale regolamento nemmeno un parlamentare recordman di assenze vedrebbe decurtata l’indennità o i rimborsi spese e nemmeno la proposta di legge del Cinque Stelle va ad agire in tal senso. Matteo Renzi invece ha rilanciato proponendo di legare all’effettiva presenza in Aula l’ammontare dell’indennità. Certo, visto che la proposta di legge è stata avanzata nel 2014 e che è rimasta a lungo in Commissione Affari Istituzionali è difficile credere che il Presidente del Consiglio sia davvero intenzionato a dare seguito alle sue dichiarazioni. È vero che questa è di fatto l’unica vera battaglia dei Cinque Stelle ma in Commissione c’è stato tutto il tempo per avanzare proposte alternative ed emendamenti al testo in tal senso ma al momento non risulta siano state presentate modifiche.

di maio assenze parlamento indennità
Le presenze di Di Maio alle votazioni alla Camera (fonte: OpenParlamento)

La vera storia delle assenze di Di Maio

Ovviamente Renzi ha tirato fuori il discorso delle assenze per attaccare il Vice Presidente della Camera Luigi Di Maio che è stato presente al 31.75% delle votazioni (la media delle presenze alla Camera è al 66%) e che in questo caso vedrebbe, secondo Renzi, la sua indennità ridotta ad un terzo. Ma il caso di Di Maio è particolare: in primo luogo in quanto Vice Presidente della Camera (così come questori, segretari d’aula, presidenti di commissione, e capigruppo) con la normativa attuale Di Maio risulta sempre assente giustificato quindi non gli viene nemmeno decurtata la diaria; in secondo luogo le assenze di Di Maio sono inferiori alla media della Camera dei Deputati (12,48% contro 21,75%) e nel calcolo bisogna tenere conto che con assenza si intendono i casi di non partecipazione al voto: sia quello in cui il parlamentare è fisicamente assente (e non in missione) sia quello in cui è presente ma non vota e non partecipa a determinare il numero legale nella votazione. Non è quindi da escludere che una quota parte delle assenze dei parlamentari pentastellati sia dovuta anche alla tattica di non partecipare alle votazioni per tentare di non far raggiungere il numero legale. Infine – e qui forse Di Maio dovrebbe fornire qualche spiegazione in merito – le assenze del portavoce M5S sono giustificate in quanto Di Maio è spesso in missione (quindi non sarebbe in ogni caso sanzionabile). Se i deputati mediamente sono in missione per l’11,74% delle votazioni Di Maio invece è risultato essere in missione cinque volte di più: il 55,77%. Ma al contrario di quello che dice Renzi proprio per questo motivo Di Maio non vedrebbe decurtata la sua indennità poiché le assenze dovute alla partecipazioni a missioni ufficiali non vengono conteggiate e sono giustificate. Sbaglia quindi il Presidente del Consiglio quando dice che Di Maio prende l’indennità “senza lavorare” perché con le regole attuali (ma anche secondo la sua proposta) Di Maio non è certo un assenteista cronico. Forse Renzi avrebbe dovuto usare come esempio Alessandro Di Battista che è risultato assente non giustificato al 38,4% delle votazioni, ma il record spetta al deputato di FI Antonio Angelucci con  99.56% di assenze e il più basso indice di produttività in assoluto. Sarebbe forse più utile a questo punto legare l’indennità non tanto alle presenze alle votazioni ma all’indice di produttività dei parlamentari, sistema di valutazione più complesso che tiene conto anche del lavoro in Commissione, alla presentazione di emendamenti o proposte di legge. La mera presenza in aula per votare non richiede dopo tutto in grandissimo sforzo, lavorare sui progetti di legge o su altri aspetti necessari al funzionamento della macchina parlamentare invece è un compito decisamente più impegnativo. Se i Cinque Stelle vogliono vedere il bluff del Governo con la votazione di oggi, e già annunciano che la proposta non verrà approvata e il complotto della casta per tenersi i soldi è anche vero che Renzi dall’Annunziata ha bluffato sulla sua controproposta, altrimenti il PD ne avrebbe già presentata una. Relativamente invece alla questione dei rimborsi spese abbiamo già visto come la rendicontazione a Cinque Stelle, elevata a modello, non sia poi così efficiente e trasparente.