Economia

Quel gran gufo di Mario Draghi

La ripresa economica dell’Europa è più debole del previsto. La crescita effettiva si è arrestata nel secondo trimestre e i segnali dell’estate non sono incoraggianti. E per fortuna che Mario Draghi ha detto tutto questo all’Europarlamento di Strasburgo, e non in Italia, altrimenti sarebbe stato considerato anche lui un gufo. Invece il presidente della Banca Centrale Europea sembra essere davvero preoccupato per l’Eurozona: «I rischi di riforme strutturali insufficienti possono pesare sull’ambiente per gli investimenti, la ripresa potrebbe fermarsi per questo», dice forte e chiaro mentre tra Roma, Parigi e Madrid a qualcuno fischieranno davvero le orecchie. Non solo, aggiunge: «La politica monetaria non può fare molto se i governi non fanno certe cose». A far perdere slancio alla crescita dei paesi dell’Eurozona, secondo Draghi, hanno contribuito le poche riforme, le tensioni internazionali e la disoccupazione che indeboliscono le prospettive. E non c’è nessun negoziato con la politica, risponde ancora per affrancarsi dalla Bundesbank.
 
QUEL GRAN GUFO DI MARIO DRAGHI
Normale che Draghi difenda il grande flop delle aste TLTRO, parlando di minimi rispettati anche se Francoforte non aveva messo in campo stime prima dell’asta: «Anche se è ancora troppo presto per valutare l’impatto dei Tltro sull’economia generalizzata, il loro annuncio ha già avuto un impatto positivo notevole sul sentiment del mercato finanziario». Rimane che la mossa della Bce è stata forse troppo striminzita per poter accollare interamente il flop della ripresa ai governi. Le banche non concedono prestiti non perché scarseggi la liquidità primaria, ma perché l’economia reale è diventata un posto molto pericoloso, pieno di imprese che falliscono e mutuatari licenziati. La preferenza per la liquidità delle banche e il credit crunch, insomma, non sono cattiveria, ma semplice prudenza di fronte al rischio e all’incertezza. Le cose a metà, certo, sono pur sempre meglio di nulla. Ma quanto sarebbe diverso se la BCE potesse fare quanto ormai tutti invocano, persino i liberisti come Giavazzi: monetizzare i deficit degli Stati o comprare i titoli di un ministero del Tesoro europeo che non esiste, finanziando così la spesa pubblica in deficit o, nella versione più liberista, pesanti tagli alle imposte. Ma così non sarebbe più l’Eurozona a cui, riluttanti, i tedeschi aderirono. In teoria la BCE è una banca centrale indipendente. Nella realtà la sua indipendenza è tale solo perché i suoi poteri sono molto più limitati di quelli delle banche centrali.