Politica

Quanto costa il Vaticano alle famiglie romane

Ogni anno le famiglie romane spendono quattrocento euro ciascuna per il Vaticano. I conti sono della Commissione capitolina alla Spending Review presieduta dal grillino Daniele Frongia, che tra ieri e oggi ha diffuso i primi dati del lavoro che mette in luce esenzioni e spese extra sostenute dal Comune per lo Stato del Papa. Una valutazione che prende in considerazione sia le mancate entrate dovute a esenzioni varie (per quasi 250 milioni di euro), sia le spese sostenute, per esempio, per i grandi eventi legati alla presenza della Chiesa cattolica sul territorio. Il Messaggero sintetizza tutto in un’infografica pubblicata oggi sulla cronaca di Roma:

quanto costa il vaticano
Quanto costa il Vaticano: l’infografica del Messaggero (22 novembre 2014)

 
QUANTO COSTA IL VATICANO ALLE FAMIGLIE ROMANE
Daniele Frongia ha spiegato al Messaggero in che modo è arrivato ai conti: «Sono i costi a carico dal Comune di Roma per beni e i servizi offerti al Vaticano divisi fra esenzioni Imu, Tari e Tasi, servizi appaltati in convenzione a organizzazioni cattoliche, cambi di destinazione d’uso, contributi per l’edilizia di culto (oneri di urbanizzazione secondaria), spese straordinarie in occasione di importanti eventi cattolici, edifici concessi a condizioni di favore a enti e associazioni cattoliche,consumi energetici della Città del Vaticano, sconti per l’accesso a zone a traffico limitato e altri contributi erogati dal Comune». E poi: ««Abbiamo intrapreso questo percorso dal momento che abbiamo scoperto che non esisteva una stima dei costi sostenuti dai romani per i servizi forniti al Vaticano. Ciascun costo è stato calcolato approssimativamente sulla base di stime già fatte, contenziosi aperti con le varie aziende, analisi dei bilanci e analisi dei contatti di servizi, per un totale di 400 euro l’anno “donati” da ciascuna famiglia». Il MoVimento 5 Stelle Roma ha pubblicato invece questa dichiarazione sul suo sito:

Ogni famiglia romana dona (inconsapevolmente?) più di 400 euro ogni anno alla Città del Vaticano. Tra esenzioni, servizi appaltati in convenzione ad organizzazioni cattoliche, consumi idrici ed energetici, contributi per l’edilizia di culto, i costi a carico di Roma Capitale ammontano, dalle prime stime, a oltre 440 milioni di euro.
A questi, si devono aggiungere i costi per gli oltre 350 stati presenti sul territorio comunale (consolati, ambasciate). Numerosi anche gli organismi internazionali, tra cui la FAO. Quest’ultima spende meno di un caffè per il canone annuo (1 dollaro all’anno!).
E intanto ACEA, la multiutility posseduta al 51% da Roma Capitale, continua da anni a iscrivere in bilancio circa 26 milioni di euro per crediti vantati verso la Città del Vaticano, per un contenzioso relativo a canoni di depurazione e di allontanamento delle acque reflue.

La normale curiosità su come siano stati effettuati i conteggi dovrà ancora attendere per essere soddisfatta:

Al momento la commissione speciale si è occupata di individuare i principali capitoli di spesa più o meno direttamente legati alla Chiesa. Nel giro di un mese saranno pubblicate le voci in dettaglio. Intanto Frongia racconta alcuni esempi. In tema di tasse non riscosse, ad esempio, un aspetto marginale ma significativo riguarda la Ztl (Zona traffico limitato). «Perché da agosto – spiega il presidente – il Vaticano usufruisce di Ztl a prezzo dimezzato per i propri dipendenti». Sicuramente ha maggiore incidenza sul bilancio la voce relativa all’esenzione dalle imposte sugli immobili. Anche se qui la commissione ha incontrato non poche difficoltà a fornire le cifre. Districarsi tra diocesi, ordini religiosi e congregazioni non è semplice. «E così non abbiamo ancora una stima precisa sul numero totale degli immobili ecclesiastici». Invano negli anni scorsi si è tentato di procedere a un censimento. «In tutta Italia si parla di almeno 100mila edifici, solo un quarto dei quali sono luoghi di culto. E la maggior parte è proprio qui a Roma».

LA RISPOSTA DEL CATTOLICO
Gigi De Palo, ex assessore di Alemanno eletto consigliere con Cittadini per Roma, una lista che appoggiò il sindaco uscente alle scorse elezione, risponde – sempre al Messaggero – sul tema. Il primo argomento è che secondo De Palo nel computo delle cifre prese in considerazione andrebbe preso in considerazione lavoro e servizi offerti al territorio dalle associazioni cattoliche, dalle parrocchie alla Caritas di Sant’Egidio. Vero, un compito fondamentale e insostituibile, ma che queste associazioni svolgono in virtù di un credo, e quindi lo farebbero quali che fossero le condizioni economiche del rapporto tra Roma e la Santa Sede. La carità è il loro core business, non vorranno mica rinunciarci per una questione di vile denaro, vero?
Il secondo argomento sul piatto economico messo da De Palo è quello che bisogna considerare «l’indotto di Papa Francesco sulla città: dagli alberghi a tutte le attività commerciali utilizzate dai milioni di persone che vengono a Roma per andare in Vaticano: alla fine per la città è un affare anche economico, altro che costi». Anche la fattualità di questo argomento è innegabile, così come la sua importanza. Ma è anche vero che pare piuttosto difficile staccare San Pietro da Roma e ripiantarlo in Lussemburgo per poter usufruire di fiscalità di favore. L’asset fondamentale del Vaticano è anche indissolubilmente legato alla città che lo ospita. Sarebbe quindi giusto e onesto che contribuisse alla sua amministrazione, economicamente, così come fanno tutti i romani a cui capita di non usufruire di permessi Ztl a prezzo dimezzato per i propri dipendenti. Tanto per dirne una.