Economia

QE: perché mille miliardi possono non bastare

Il giorno dopo è quello della riflessione. E sulla mossa di Mario Draghi che ha varato ufficialmente ieri il Quantitative Easing le voci oggi non sono unanimi. Perché esistono tutta una serie di criticità sulla decisione che potrebbero minarne l’efficacia nel medio periodo. Con effetti e ripercussioni non indifferenti sull’Eurozona. Le critiche si soffermano sulle modalità del QE, spiegano che l’economia reale potrebbe non giovarsi della mossa di Draghi e puntano il dito sul rischio in caso di default che passerà in mano agli Stati.
 
QE: PERCHÉ MILLE MILIARDI POSSONO NON BASTARE
Il primo punto da sottolineare è che la decisione della Banca Centrale Europea è frutto di compromesso. La scelta di ripartire il rischio tra Bce e istituti centrali nazionali con una quota rispettivamente del 20% e dell’80% nasconde infatti ancora oggi un’incognita, spiegata da Federico Fubini oggi su Repubblica: «Gli acquisti e i relativi rischi toccano quasi tutti alle banche centrali nazionali, eppure non è chiaro se e quanto queste ultime saranno libere di scegliersi i titoli da comprare». Nel dettaglio, ad oggi sembra che quasi tutti i rischi di un’eventuale insolvenza ricadono sugli Stati emittenti:

Il rischio di perdite sul debito dei vari Paesi messo in comune alla Bce è quasi nullo: in teoria è circa l’8% sul debito totale dei 19 Paesi coinvolti, ma non è più del 3% o 4% se si contano solo i titoli dei Paesi con rating più basso. Tutto il teorico rischio di insolvenza è stato rinchiuso nei silos nazionali, non c’è condivisione di bilancio. Il messaggio è che si crede che quei default possano davvero avvenire. La Bundesbank è riuscita a segregare tutti i bond sovrani più vulnerabili entro le rispettive banche centrali. Il segnale ai mercati che persino la Bce non si fida del debito italiano è implicito ma potente, e Visco a Francoforte non può aver fatto ameno di sottolinearlo. Passata l’euforia per l’ondata di liquidità in arrivo, gli investitori non possono non ripensare al fatto che l’Eurotower preferisce tenersi a distanza dal debito di vari Paesi .Italia in testa. Al prossimo choc o alla prossima recessione, quel messaggio tornerà a risuonare. Forse era il solo modo rimasto a Draghi per liberare il suo bazooka da oltre mille miliardi. E alla fine neanche Visco ha votato contro. Ma, si fa notare, il consenso era così ampio che un vero e proprio voto non c’è stato.

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La BCE nel voto di ieri (La Repubblica, 23 gennaio 2015)

Proprio oggi Ignazio Visco a Bloomberg ha detto, sibillino, che il QE della BCE ha una «conclusione aperta». Vuole dire che ad oggi è impossibile dire se la mossa basterà, sarà appena sufficiente oppure servirà poco o nulla all’economia europea. Perché gli effetti del Quantitative Easing sull’economia reale nel breve termine sono assolutamente prevedibili. La sua efficacia nel medio e nel lungo no, visto che abbiamo due esempi storici in cui ha funzionato (USA) e in cui non è servito a molto (Giappone). E visto che lo stesso Draghi nella conferenza stampa di ieri è tornato a puntare il dito sulla politica europea, e sul fatto che la decisione ora spetta a Bruxelles e alle Capitali europee: se non fanno le riforme (ovvero, secondo la BCE, se non tagliano la spesa pubblica e le tasse dei cittadini) l’effetto del QE potrebbe essere presto annullato.
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Le percentuali di quote delle banche centrali nazionali nell’istituto europeo

IL PIANO DI ACQUISTI CON IL TRUCCO
C’è poi chi si spinge ad affermare che il piano di acquisti della BCE nasce con il trucco. Sul punto si attendeva un compromesso più cogente tra l’accollo dei titoli alla BCE e l’accollo alle banche centrali nazionali. La formula dell’80-20 non è esattamente questo, anzi. La condivisione del rischio, sulla quale in conferenza stampa Draghi non ha risposto con la consuete serenità ed ironia, sarà molto più misurata: il 12 per cento riguarderà titoli emessi da istituzioni europee (quindi rischio già condiviso per forza); e l’8 per cento per l’acquisto di titoli dei singoli Stati dell’Eurozona. Poi c’è la questione della Grecia: si compreranno i suoi titoli, ma solo se il programma della Trojka prosegue. Inutile dire che dalle parti di Atene c’è invece un signore che non è del tutto d’accordo. Si può andare incontro a un singolo paese dell’eurozona solo questi si piega all’austerità. Ancora: gli acquisti si faranno in base alle quote dei paesi nella Banca Centrale Europea (il grafico è qui sopra), e il primo azionista è la Germania: i bund tedeschi (che non rendono più niente) faranno parte del programma, e magari gli acquisti saranno diretti su di essi a discapito dei titoli dei paesi in difficoltà. Scriveva poi ieri Francesco Giavazzi che il programma di acquisto prevede che i titoli eleggibili siano quelli che si trovano attualmente un gradino sopra il rank attuale del debito italiano. Un declassamento, quindi, che potrebbe sempre arrivare entro settembre 2016, porterebbe l’Italia fuori dal piano. Con conseguenze nemmeno immaginabili, e con il risultato di legare ancora di più il governo Renzi all’austerità europea. Ci sono poi le dimensioni del piano sotto la lente:

Secondo i calcoli di Morgan Stanley si tratta di circa il 9%del pil dell’area euro. Inferiore, la banca d’affari, alla quota delle operazioni analoghe fatte in Usa, Giappone e Gran Bretagna. Tra i rischi, per com’è stato strutturato il piano, c’è che i maggiori benefici finiscano a chi ne ha meno bisogno. Ubs ad esempio suggerisce di comprare i titoli delle società tedesche. Ma effetti positivi si avranno ,sempre sui mercati, anche per le banche italiane con Intesa e Banco Popolare tra le preferite per Ubs. «Draghi ha spiegato di aspettarsi un effetto positivo su tutti i paesi dell’eurozona per i maggiori capitali in circolazione – sottolinea Daveri -. Ma il rischio che produca un effetto limitato sulle economie più deboli a mio avviso esiste». (Gianluca Paolucci, La Stampa, 23 gennaio 2015)

Secondo l’economista Paul de Greuwe, citato oggi da Rossella Bocciarelli sul Sole 24 Ore, gli acquisti di titoli italiani sarebbero pari a 125,30 miliardi. Il piano potrebbe portare a una crescita di mezzo punto di PIL in più, e l’inflazione in crescita di uno 0,3/0,4% entro settembre 2016. A patto però che «si continui con le riforme». Con tutto quanto di sinistro che questa locuzione si porta dietro.