Economia

Perché il prezzo del petrolio continua a scendere?

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Qualche tempo fa Matteo Renzi ha dichiarato che il calo del prezzo del petrolio rischia di tirare giù l’economia mondiale e che il greggio a trentacinque dollari al barile “non fa bene all’economia italiana, soprattutto all’ENI“. Ieri il prezzo del greggio ha toccato il minimo storico da dodici anni, scendendo alla cifra – impensabile fino a non troppo tempo fa – di trenta dollari al barile. Basti pensare che nel giugno del 2014 il petrolio veniva scambiato a cento dollari al barile. Ma come mai il petrolio costa, oggi, così poco? A darci una spiegazione, tra gli altri, c’è Brad Plumer su Vox che ci indica quali sono i fattori economici e geopolitici che hanno favorito una discesa così ripida dei prezzi di vendita del greggio.

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La produzione è in aumento e i prezzi continuano a scendere
Fonte CNBC

La guerra in Libia e l’aumento dei prezzi

C’è stato un periodo, e tutti lo ricordiamo bene, durante il quale il prezzo del petrolio continuava a salire. In quel periodo, spiega Plumer, in America alcuni produttori tentarono di correre ai ripari grazie ad una tecnica estrattiva chiamata fracking. Il fracking è un procedimento costoso e poco redditizio di per sé, ma in un periodo di prezzi alti estrarre petrolio in quel modo era lo stesso conveniente. La quota di mercato del petrolio estratto in questo modo è rimasta piuttosto bassa fino a che non è iniziata la guerra in Libia e quando – poco dopo – l’ISIS ha iniziato a espandere il suo dominio in Iraq, soprattutto nella zona dei pozzi petroliferi nel nord del paese. Questo ha comportato la perdita, per il mercato globale, di 3 milioni di barili di petrolio al giorno. Per questo motivo molti paesi iniziarono ad acquistare più petrolio in modo da incrementare le scorte, et voilà il prezzo sale.

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La diminuzione della produzione di greggio (fonte: Vox.com)

La crisi in Europa, l’aumento della produzione e la strategia dell’Arabia Saudita

Verso la metà del 2014 però la situazione in Libia ha iniziato a stabilizzarsi, l’Iraq si stava riprendendo dalla fine dell’occupazione USA e in generale l’economia europea (e anche quella cinese) stava subendo un forte rallentamento. La domanda quindi era in calo ma la produzione era destinata ad aumentare. A questo punto i paesi produttori di petrolio, avendo capito che il prezzo sarebbe stato destinato a scendere, si riunirono per decidere come agire. La cosa più semplice sarebbe stata quella di diminuire la produzione ma l’Arabia Saudita (che pure necessita di un prezzo intorno ai 100 dollari al barile per mantenere il suo bilancio statale) decise di continuare con gli attuali livelli di produzione. Il motivo? Mantenere la propria quota di mercato. Ovviamente a discapito di altri paesi produttori che con un prezzo così basso fanno più fatica a far quadrare i conti. L’Arabia Saudita ha però delle riserve valutarie in grado di consentirle di “sopravvivere” sul breve periodo ad una situazione del genere. La speranza è – ovviamente – di mettere in crisi l’industria statunitense del petrolio. Per alcuni si tratta quindi di una vera e propria guerra dei prezzi per rendere meno competitivo e vantaggioso continuare ad estrarre petrolio negli USA. Quello che forse non era stato previsto e che in parte ha scombinato i piani, è stato l’accordo USA-Iran sul nucleare, accordo che consentirà a Teheran di tornare ad esportare petrolio all’estero. Nel frattempo però il calo del prezzo del greggio potrebbe però avere ripercussioni anche su un altro paese che fa del’export di gas e petrolio una delle sue principali fonti di guadagno: la Russia. Non dobbiamo dimenticare che sulla Russia pesano ancora le sanzioni economiche comminate da UE e soprattutto dagli USA in seguito alla guerra in Ucraina, e che quindi la situazione è ancora più delicata. A quanto pare se il prezzo rimane sotto la soglia dei sessanta dollari al barile la Russia rischia di vedere una contrazione del PIL pari al 4,5%. Questo è anche uno dei motivi per cui la Russia ha tanto a cuore la faccenda del petrolio siriano svenduto dall’ISIS in Turchia. Ovviamente ci sono anche altri effetti negativi, ad esempio la BP ha in programma quattromila licenziamenti se il prezzo del petrolio continuerà a scendere.

C’è chi dice che il prezzo del greggio è destinato a scendere ancora, toccando addirittura i venti dollari al barile. Altri invece si aspettano che il prezzo possa tornare presto a salire e stabilizzarsi per un certo periodo intorno ai 50 dollari. Il tutto dipende in primo luogo dalla tenuta dei produttori USA (al momento i frackers sembrano essere stati in grado di assorbire il colpo) e soprattutto dall’acuirsi delle tensioni mai sopite tra Iran e Arabia Saudita. Se si arrivasse ad una nuova crisi nell’area del Golfo senza dubbio la produzione di petrolio (e conseguentemente i prezzi) potrebbero tornare a salire. Girano già alcune voci di un nuovo accordo tra i paesi dell’OPEC per un aumento del prezzo del greggio.