Economia

Perform 2020: cosa c'è dietro l'aggressione al manager di Air France

Cosa c’è dietro l’aggressione a Xavier Broseta, il responsabile risorse umane spogliato dopo la rottura con i sindacati sul piano industriale? Tutto parte da Perform 2020, che negli obiettivi di Air France-Klm doveva essere il primo passo per il ritorno agli utili e alla crescita organica. Ma il piano strategico di rilancio presentato a settembre dello scorso anno dal gruppo franco-olandese si è presto trasformato in una fonte di discordia e aspri scontri, in particolare con i piloti francesi, preoccupati per le loro condizioni di lavoro.
 

Perform 2020: cosa c’è dietro l’aggressione al manager di Air France

Il piano industriale di Air France prevede il taglio di 14 velivoli di lungo raggio (la flotta passerà da 107 a 93 aerei). Ne conseguirà l’eliminazione di 5 rotte di lungo raggio. In esubero sono 300 piloti e la compagnia francese non esclude che potrebbero essere licenziati. Il taglio del personale previsto riguarda anche 900 assistenti di volo. Il piano prevede che entro il 2017 vengano eliminate ulteriori 35 frequenze settimanali di lungo raggio. La battaglia si è ufficialmente aperta il 15 settembre 2014, quando i sindacati maggioritari dei piloti Air France hanno indetto uno sciopero a oltranza per protestare contro alcuni punti del piano, e in particolare il potenziamento della filiale low cost Transavia. I tentativi di mediazione da parte dei vertici della compagnia erano stati numerosi, anche con l’assistenza del governo, ma l’agitazione era proseguita per 14 giorni (un record per l’aviazione francese), lasciando a terra quotidianamente tra il 40% e il 60% dei voli. L’impatto sui conti del gruppo, che puntava a chiudere l’esercizio in attivo, è stato pesante: circa 500 milioni di euro in meno nel risultato operativo, passato così da un potenziale utile di oltre 300 milioni a un rosso di 129 milioni, e una perdita netta di 198 milioni di euro. Air France-Klm ha però mantenuto l’obiettivo di riportare i conti in nero nel 2015, accelerando gli sforzi di riduzione del costo unitario, dell’1,5% annuo per tre anni e proseguendo il “lavoro sulla produttività” e il costo del personale. Proprio su quest’ultimo punto, però, il processo si è di nuovo arenato di fronte all’ostilità dei sindacati dei piloti, che non hanno trovato un accordo con i vertici aziendali su aumento dell’orario di lavoro e compensazione. Una rottura che ha portato la compagnia ad annunciare, il primo ottobre scorso, la necessità di un ulteriore taglio a costi, investimenti e personale, le cui cifre sono state rese note oggi: 10% di attività a lungo raggio in meno, calo del 2% della capacità, chiusura di 5 rotte e stop a 35 collegamenti settimanali, e soprattutto 2.900 esuberi, di cui 300 per i piloti, 900 per il personale navigante e 1.700 per quello a terra.
xavier broseta
 

I duri del sindacato

E proprio tra i piloti cova la rabbia che ha scatenato i fatti di ieri. Anche Jean-Claude Mailly, numero uno del sindacato FO, deplora le aggressioni. “Ci si può battere contro una direzione senza violenza – ha ammonito – non bisogna spingersi fino all’affronto fisico. Non è nelle nostre tradizioni”. Per lui, “questo movimento mostra che c’è una esasperazione tra i dipendenti di Air France“. Mentre sui social network molti criticano l’atteggiamento dei piloti francesi che hanno rifiutato di accettare l’ accordo di produttività con l’azienda.”Si dice che i piloti Air France sognano di volare da quando hanno sei anni, ma non accettano sei voli intercontinentali in più all’anno. Troppo faticoso”, commenta un utente su Twitter, mentre un altro li accusa di “fregarsene della sorte del resto del personale”. Loro però non ci stanno. Racconta Stefano Montefiori sul Corriere della Sera:

Un personaggio non certo marginale, che non ha ispirato le violenze ma è all’origine dello scontro tra compagnia e dipendenti, è Erick Derivry, presidente del sindacato piloti «Snpl Alpa», che ieri ha scritto su Les Echos una lettera in cui spiega la posizione della sua categoria. Il punto centrale è rompere la logica del «sempre di più», dei sacrifici crescenti richiesti ai dipendenti se non vogliono essere considerati corresponsabili della fine di un’azienda.
«I piloti Air France volano già ai limiti del regolamento sui voli a lungo raggio con l’aereo migliore della flotta (Boeing 777), e provano così il loro impegno per il bene dell’azienda — scrive Derivry —. Come possono questi stessi piloti capire la richiesta di aumentare il loro lavoro fino a 100 ore di volo supplementare, ovvero il 15 per cento in più rispetto alla loro attività attuale? Come reagirebbero al nostro posto i lavoratori che adesso lavorano 35 ore, se venissero loro imposte 40 ore a un salario equivalente?» .
I piloti portano poi l’argomento che è di solito un cavallo di battaglia in questo genere di negoziati, ossia la sicurezza. «Bisogna uscire dalla logica del “sempre di più”, perché l’esigenza di portare la sicurezza al livello più alto comporta vigilanza, discernimento e misura nel trattare l’insieme delle questioni», sostiene Derivry, che aggiunge: pure i piloti, come tutti, meritano una vita sociale e famigliare.

Sette persone, fra cui cinque dipendenti di Air France e due agenti, sono rimaste ferite negli scontri di questa mattina nella sede della compagnia aerea francese. Una di loro, un agente, è in gravi condizioni. scrivono i media francesi.

La tragedia di Air France

Il caos di ieri però viene da molto più lontano. Più precisamente, dai quattro miliardi di perdite in quattro anni iscritti in un bilancio che somiglia sempre più a quello di Alitalia, che la compagnia francese avrebbe dovuto salvare nel 2011 con la vendita diretta del governo Prodi poi bloccata in favore del piano dei capitani coraggiosi di Berlusconi e Passera. Il Transformplan del 2012, che è costato 8mila posti di lavoro, doveva portare l’azienda a trovare le forze per investire nel rilancio della compagnia e nella sfida alle low cost. Invece i sindacati si trovano con altri 2900 esuberi da gestire e un piano di vacche magre senza soluzione di continuità. Scrive oggi Ettore Livini su Repubblica:

 Il peccato originale del management è il ritardo con cui ha affrontato la sfida di Ryanair e Easyjet. Dieci anni fa – quando Air France si specchiava ancora nella sua grandeur – solo il 16% del traffico continentale era in mano ai vettori a basso costo. Oggi la mappa dei cieli europei è radicalmente cambiata e le low-cost sono al 40%. I numeri spiegano perchè: il costo del personale Ryanair è pari al 10% delle spese. Quello di Air France al 29%. Lufthansa e Iag hanno iniziato da tempo ad affrontare i rivali con le loro stesse armi lanciando Eurowings e Vueling.
Quando ci ha provato Parigi, trasformando Transavia nella anti-Ryanair transalpina con prezzi (e stipendi) ridotti, i dipendenti hanno detto “no”. Bloccando il servizio con 14 giorni di sciopero costati 425 milioni e costringendo i vertici a una mezza retromarcia. Il risultato, oltre ai bilanci, lo spiegano bene le quotazioni di Borsa: Air France vale 1,8 miliardi, Lufthansa 6, Iag 10 e Ryanair 18.

Insomma, strategie industriali che non si sono rivelate efficaci, sfide perse con la concorrenza, la battaglia che abbiamo visto anche in Italia con gli esosi piloti. Il linciaggio rischiato dal manager delle risorse umane ha radici profonde. Le soluzioni non potranno essere semplici da trovare. Sempre che la Francia non decida di fare come l’Italia.