...E i renziani hanno torto a lamentarsi: i criteri votati da tutti i partiti, il "populismo giuridico" accettato dalle parti in gioco, i ritardi nella presentazione della lista non imputabili al presidente. E in più, una considerazione di merito sul ruolo dell'ex democristiana e sulle lotte nel PD

Alessandro D'Amato

Dopo la pubblicazione della lista di impresentabili della Commissione Antimafia è partita la caccia a Rosi Bindi. la presidente della Commissione è stata accusata esplicitamente dal suo partito e addirittura dal segretario Matteo Renzi in un comizio ad Ancona di aver utilizzato la storia della lista degli impresentabili per regolare conti all’interno del partito, mentre il candidato De Luca e altri nominati nella lista hanno annunciato querele per diffamazione (!) e molti si sono scagliati contro la Bindi per la diffusione della lista il giorno prima delle elezioni. Nell’ordine, quasi tutte le accuse mosse alla Bindi sono sbagliate o addirittura deliranti. E mentre è sicuramente probabile, visto il personaggio, che l’ex democristiana abbia deciso scientemente di andare contro gli interessi del suo partito nella vicenda, altrettanto chiaro è che le regole glielo permettevano e che la scelta di diffondere la lista venerdì non è avvenuta per sua responsabilità, ma per la mancanza di dati nei giorni precedenti.

 

PERCHÉ SULLA LISTA DEGLI IMPRESENTABILI HA RAGIONE LA BINDI

Andando nel dettaglio, la Commissione Antimafia ha votato e approvato all’unanimità nel settembre 2014 il regolamento per la formazione delle liste. I quattro articoli che formalizzano l’impegno dei partiti a non candidare persone che siano state o condannate in primo grado o rinviate a giudizio per determinati reati, visto che per le condanne con sentenza definitiva ci pensa la legge Severino. E si è stabilito che le formazioni che intendono comunque candidare queste persone, devono rendere pubbliche le motivazioni. Sempre nel regolamento è previsto che la Commissione verifichi che le liste rispondano a questi criteri. In particolare gli articoli 3 e 4 dicono:

bindi antimafia

Luciano Violante, spesso richiamato come auctoritas per segnalare le critiche alla decisione dell’Antimafia, proprio oggi ha rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale dice molte cose interessanti. Come si vede, Violante critica il concetto stesso di “impresentabile”, figlia, a suo parere, di populismo giuridico. Ma, come abbiamo visto, la scelta del codice è stata fatta nel 2014 e approvata da tutti i partiti (anche dal PD, e anche dai renziani del PD) nel settembre 2014. Che colpa ne ha la Bindi? In secondo luogo, Violante critica l’impossibilità di replicare per chi è finito nella lista e per i partiti, causata dal fatto che la lista è stata pubblicata il venerdì prima del silenzio elettorale. Vero, ma
– si è arrivati a venerdì a causa della mancanza di dati su una regione (la Campania), per questioni non imputabili alla presidenza;
– che i partiti traggano nocumento dal fatto che la storia degli impresentabili finisca solo sui giornali da sabato e non sui giornali da martedì (con relativo martellamento elettorale da parte di quelli che non hanno candidato impresentabili) è una tesi difficile da sostenere. Dice infatti Violante a Mattia Feltri:

«Intanto quella degli “impresentabili”è una categoria sui generis, figlia del populismo giuridico e della mancanza di autonomia della politica. Il fatto di arrivare all’ultimo minuto – ma Rosy Bindi non ne ha la responsabilità – presenta un problema. Si stabilisce che alcuni candidati rientrano in una lista nera ma non si dà loro la possibilità di replicare, visto che domani si vota; né si dà la possibilità ai partiti, contrariamente a quanto stabilisce l’articolo 3 del codice di autoregolamentazione, di illustrare le ragioni per cui hanno scelto una candidatura discussa».

Lascia perplessi soprattutto che il codice di autoregolamentazione si basa solo sul casellario giudiziario. Cioè, un’operazione politica con presupposti esclusivamente penali.
«È vero. Ma quei criteri sono stati accettati da tutti i partiti rappresentati nella Commissione antimafia. I partiti rinunciano alla loro autonomia e si consegnano a una sorta digiuristocrazia, pericolosa peri valori costituzionali e per la stessa indipendenza della magistratura. Si finisce con il trascurare una considerazione ovvia: ci sono reati che non hanno rilievo politico e ci sono comportamenti privi di rilievo penale ma gravissimi dal punto di vista politico».

Insomma, Violante contesta il metodo stesso della scelta degli impresentabili, quello votato dai partiti (e dal PD, che comprende i renziani) nel settembre 2014. E segnala che nella scelta di pubblicare la lista venerdì Bindi non ha responsabilità.

bindi antimafia 1

LA QUESTIONE DELLA LISTA

Poi c’è la questione stessa della presentazione della lista degli impresentabili. Il costituzionalista Stefano Ceccanti dice ad esempio che l’Antimafia non era legittimata a fare una lista. Ora, a parte che senza screening delle liste e relativa segnalazione dei candidati che non rispettano i criteri votati dai partiti (anche il PD, che comprende i renziani), il ruolo dell’Antimafia sarebbe stato soltanto quello di segnalare criteri senza vigilare che venissero rispettati; insomma, una cosa inutile. Ma soprattutto: che sarebbe stata pubblicata una lista si sa da settimane. Perché ci si lamenta soltanto quando si “scopre” che nella lista c’è De Luca? «De Luca? E come
avrei potuto lasciarlo fuori dalla lista, se è in corso una indagine a suo carico per concussione continuata? Sembra che abbia svelato chissà quale segreto, quando la sua posizione era arcinota e Renzi ha sfidato il mondo dicendo che è un bravo sindaco e sarà un ottimo presidente», ha detto oggi la Bindi al Corriere. Insomma, ricapitolando:

– sicuramente Violante ha ragione a parlare di populismo giuridico sulla questione; il populismo giuridico però è stato certificato e accettato da tutti i partiti con il voto unanime del settembre 2014

– i criteri sugli impresentabili sono stati approvati da tutti i partiti otto mesi fa, all’epoca nessuno si lamentò

– che sarebbe stata pubblicata una lista si sa da settimane, nessuno si è lamentato

– che nella lista ci fosse anche De Luca era naturale, e infatti nessuno porta argomenti per contestarne l’inserimento

– il ritardo nella pubblicazione, che lede in parte il diritto di replica dei candidati e dei partiti, non è imputabile alla presidenza

– infine, può anche darsi che la Bindi abbia utilizzato il suo ruolo come strumento di lotta politica; ma anche qui, che potesse farlo si sa dal settembre 2014 e che si rischiasse una situazione del genere si sa da martedì, quando è stato annunciato che la lista sarebbe stata pubblicata venerdì

Perché scendere dal pero e lamentarsi soltanto a frittata fatta?

Alessandro D’Amato

Comments: 2
  1. Stefano
    30 maggio 2015 at 9:50

    Mi sembra una questione assurda, esattamente com’e’ assurdo il nostro mondo. Il regolamento che definisce i criteri di presentabilita’ parla chiaro. Quello che mi fa specie e’ che i partiti ed i candidati “impresentabili” abbiano comunque avuto la pretesea di andare oltre, di ignorarlo. Quindi cosa significa? Ci sono i regolamenti, le leggi, e c’e’ chi deve rispettarle (i comuni cittadini) e c’e’ chi invece puo’ bellamente ignorarle (i politici che ce l’hanno con la Bindi)?
    In fondo, questa piccola storia e’ il ritratto della nostra Italia (e forse del nostro mondo (si veda il caso Blatter)
    Keywords: arroganza

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  2. filippo
    30 maggio 2015 at 11:57

    Nessun dubbio sul livore della Bindi e sulla strumentalità del suo gesto.
    Ma è anche vero che nessuno può lamentarsi. Ad ottobre 2014 tutti i partiti hanno accettato delle regole ben precise per quanto riguarda le candidature. Poi in alcune regioni non si è tenuto conto di quelle regole ed è scattata la sanzione.
    La Bindi, quindi ha pragione nella sostanza : ha applicato una regola che molti attribuiscono ad un filone, quello del populismo giuridico, che sicuramente non è il massimo della razionalità e del rispetto per le garanzie dei cittadini, ma l’ha applicata coerentemente.
    Ha invece torto marcio, marcissimo, sui tempi.
    Il presidente della Commissione Antimafia non può svegliarsi il venerdì, cioè il giorno prima del silenzio elettorale e sparare la lista, scusandosi di non averlo fatto prima perché….mancavano i dati.
    Un presidente della Commissione antimafia non è il primo che passa per la strada. Voi avete mai sentito la Bindi strepitare perché i dati non arrivavano ? Abbiamo notizie di pressioni anche solo blande da parte sua sul Ministero dell’ interno per accelerare le procedure di verifica ?
    Zero.
    Alla Bindi quei ritardi stavano benissimo. Anche se le regole fissate nel 2014 stabilivano la possibilità di replica dei partiti che avessero violato il principio di autoregolamentazione .
    Ma che possibilità di replica ci può essere a campagna elettorale finita ?
    Insomma il mio giudizio è questo : voleva colpire il suo partito e lo ha fatto applicando in maniera volutamente sciatta una regola di cui era, con tutta la commissione, garante.
    In pratica : dal punto di vista formale voto 5 ( ha applicato una norma esistente, ma nelle condizioni peggiori ) dal punto di vista sostanziale voto zero ( ha approfittato delle lentezze nella fornitura dei dati, senza avere mai cercato di rimuoverle, per colpire duro e, secondo me, per motivi personali )’

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