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Perché Lula è stato arrestato

Alle 22:30 di ieri, 7 aprile, davanti alla Soprintendenza della polizia federale a Curitiba si è presentato l’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva per scontare la condanna a 12 anni di prigione che gli è stata comminata per corruzione. Rinchiuso da giorni nella sede del sindacato ABC, alla fine Lula ha deciso di piegarsi al mandato d’arresto emesso giovedì dal giudice Sergio Moro. Il termine massimo perché si costituisse era scaduto venerdì pomeriggio ma il leader politico era rimasto rinchiuso nella sede sindacale, circondato da migliaia di simpatizzanti.

Perché Lula è stato arrestato

Nella serata di ieri si era diffusa la voce, non si sa se realistica o diffamatoria, che Lula avesse chiesto di consegnarsi dopo la finale del campionato brasiliano che si giocherà oggi tra Palmeiras e Corinthians. Prima i suoi legali avevano detto che Lula si sarebbe consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine dopo una messa per la seconda moglie Marisa Leticia, morta a febbraio dell’anno scorso e che avrebbe compiuto 67 anni proprio il 7 aprile. La cerimonia si è trasformata in un comizio politico accanto alla sede del sindacato. A più riprese i sostenitori hanno inneggiato alla “resistenza” e hanno incitato Lula a non consegnarsi. Lui, vestito con una semplice t-shirt scura, ha risposto con gesti e saluti, scambiando abbracci e gesti d’intesa con gli altri politici sul palco. Al suo fianco anche la fedelissima ex presidente brasiliana Dilma Roussef.

Luiz Inácio Lula da Silva

Alla fine della celebrazione Lula si è lanciato in una lunghissima arringa. Polizia federale e pubblico ministero, ha attaccato, “hanno mentito” sulla sua vicenda giudiziaria. “Non li perdono per aver trasmesso alla società l’idea che io sia un ladro. Io non mi nascondo, non ho paura di loro e non abbasserò il capo. Chi mi accusa non ha la coscienza a posto come me”. Nove persone, tra cui una bambina e un poliziotto, sono rimaste ferite nei disordini avvenuti fuori dal quartier generale della Polizia Federale di Curitiba durante l’ingresso in carcere di Luiz Inacio Lula da Silva. Gli incidenti si sono verificati quando l’elicottero in cui viaggiava Lula è atterrato nei locali e due petardi sono esplosi tra la folla di sostenitori dell’ex presidente, secondo la polizia militare. Gli agenti federali che erano all’interno del quartier generale della polizia hanno reagito, lanciando gas lacrimogeni che hanno costretto i sostenitori del leader del Partito dei lavoratori (PT) a disperdersi lungo la strada. Le forze di sicurezza hanno anche usato proiettili di gomma contro i manifestanti.

Le prigioni di Luiz Inácio Lula da Silva

È la secondoa volta che Luiz Inácio Lula da Silva finisce in carcere. La prima volta ci finì durante la dittatura militare. Continuerà ad essere candidato alla presidenza  e a partecipare alla campagna elettorale, sino a quando il Supremo tribunale elettorale appurerà eventualmente la sua non eleggibilità. La legge impedisce ai condannati in appello di correre per incarichi pubblici per almeno 8 anni. Lula è finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato che ha messo nei guai Dilma Roussef e di tutti i dirigenti del Partido dos Trabalhadores (PT), accusati di aver incassato ingenti somme di denaro per favorire gli investimenti della Petrobras. Lo schema è simile a quello scoperchiato dall’inchiesta Mani Pulite in Italia: i dirigenti del colosso petrolifero hanno gonfiato gli appalti in modo da poter girare mazzette per un totale complessivo di 800 milioni di euro ai politici del PT i quali a loro volta li avrebbero utilizzati per finanziare la campagna elettorale del partito. Ad aggravare i sospetti anche la testimonianza di uno dei senatori indagati, Delcídio do Amaral, che in fase di patteggiamento ha dichiarato che sia Lula che la Roussef erano a conoscenza dello schema di corruttela e che uno dei ministri della Roussef avrebbe tentato di corromperlo per assicurarsi il suo silenzio.

dilma lula arresto nomina ministro proteste Luiz Inácio Lula da Silva

Nello specifico, a Lula sono stati contestati il reato di corruzione e riciclaggio di denaro. Nel luglio 2017  l’ex presidente è stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo di reclusione per aver accettato tangenti per 3,7 milioni di reais (oltre 1 milione di dollari) da parte della ditta di costruzioni OAS. La società gli avrebbe regalato una villa per ottenere contratti da parte della compagnia petrolifera pubblica Petrobras. Il secondo grado ha confermato le accuse e portato la pena a 12 anni. A Lula vengono contestati anche i reati di traffico di influenze e ostruzione della giustizia perché avrebbe esercitato pressioni su Dilma per far avere appalti al gruppo industriale Odebrecht finanziati dalla Brazilian Development Bank, controllata dal governo.

L’inchiesta Lava Jato e Lula

Il Fatto Quotidiano ricorda oggi che “Le prove in base alle quali è stato condannato rimangono oggetto di discussione. Da un lato la bontà dell’impianto accusatorio messo in campo dal giudice Sergio Moro, mentre Lula si è sempre proclamato innocente e denunciato una persecuzione giudiziaria; osservatori terzi sottolineano la mancanza di evidenze che possano documentare il passaggio dell’appartamento di lusso da Oas a Lula. L’accusa, fanno notare, si basa interamente sulla testimonianza di José Aldemário Pinheiro, ex dirigente della società di costruzioni, arrestato e divenuto collaboratore di giustizia”.

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Manifestanti davanti al Palacio do Planalto a Brasilia, sede della Presidenza

Alla fine di marzo Lula ha annunciato che denuncerà gli autori di una serie sull’inchiesta Lava Jato. “O Mecanismo” è una serie tv realizzata per la piattaforma Netflix da regista José Padilha, conosciuto nel mondo per aver diretto il reboot del 2014 di Robocop e per essere tra i produttori della serie di grande successo Narcos. Gli avvocati di Lula da Silva presenteranno una denuncia contro il giudice Sergio Moro alle Nazioni Unite, sostenendo che l’ordine di carcerazione che ha emesso contro l’ex presidente brasiliano rappresenta una “detenzione arbitraria”. Lo rendono noto media locali. Con l’appoggio dell’avvocato australiano Geoffrey Roberton, Lula aveva già denunciato Moro davanti al Consiglio di Diritti Umani dell’Onu l’anno scorso, accusandolo di abuso di potere e violazioni del diritto alla difesa degli imputati nella sua gestione dell’inchiesta. Questo ricorso all’Onu si aggiunge alla richiesta di habeas corpus presentata dai legali di Lula al Tribunale Superiore di Giustizia (Stj).

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