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Lo strano destino di Lula: finire come un Silvio qualsiasi

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Le indagini sulla corruzione del governo brasiliano, coinvolto dall’enorme scandalo Petrobras, stavano per fare la loro prima vittima eccellente: l’ex- Presidente del Brasile Luíz Inácio Lula da Silva. L’enorme giro di tangenti e di mazzette versate dai dirigenti di quella che è la più grande azienda del Brasile ad esponenti politici del partito dell’attuale Presidente Dilma Roussef è venuto alla luce grazie ad indagini iniziate nel marzo del 2014 e riguarda fatti avvenuti tra il 2004 e il 2012. Nel 2015 la Petrobras ha stimato in 6,2 miliardi di real (2,05 miliardi di dollari) le perdite legate al sistema di corruzione scoperto dai giudici del paese. Ieri invece è stata pubblicata una conversazione telefonica tra Lula e la Roussef nella quale la Presidente lascia intendere che la nomina di Luíz Inácio Lula da Silva a ministro della Casa Civil (la seconda carica del Paese) era stata fatta proprio per impedirne l’arresto.

Lula si salva come un Berlusconi qualsiasi

Esattamente un anno fa due milioni di persone erano scese in piazza per chiedere le dimissioni della Roussef e di tutti i dirigenti del Partido dos Trabalhadores (PT) accusati di aver incassato ingenti somme di denaro per favorire gli investimenti della Petrobras. Lo schema è simile a quello scoperchiato dall’inchiesta Mani Pulite in Italia: i dirigenti del colosso petrolifero hanno gonfiato gli appalti in modo da poter girare mazzette per un totale complessivo di 800 milioni di euro ai politici del PT i quali a loro volta li avrebbero utilizzati per finanziare la campagna elettorale del partito. Secondo i magistrati sarebbero 34 i parlamentari (tra deputati e senatori) coinvolti dal giro di finanziamenti illeciti. La Presidente Roussef non sarebbe stata toccata direttamente dall’inchiesta ma all’epoca dei fatti contestati dai giudici era Ministro dell’Energia del governo Lula (in virtù del quale era anche nel consiglio di amministrazione della Petrobras) e Ministro della Casa Civil: in poche parole per i brasiliani era impossibile che la Presidente non sapesse quello che stava accadendo. Ad aggravare i sospetti anche la testimonianza di uno dei senatori indagati, Delcídio do Amaral, che in fase di patteggiamento ha dichiarato che sia Lula che la Roussef erano a conoscenza dello schema di corruttela e che uno dei ministri della Roussef avrebbe tentato di corromperlo per assicurarsi il suo silenzio.  A fine 2015 la Presidente ha dovuto fronteggiare la richiesta di impeachment (ovvero la messa in stato d’accusa) in seguito ad un’altra vicenda legata questa volta alla manipolazione del bilancio dello Stato. Una prima istanza era stata rigettata dalla Corte Suprema a causa di alcune irregolarità ma in questi giorni si è insediata la nuova commissione che dovrebbe valutare l’apertura di una nuova procedura d’impeachment.

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Manifestanti con uno striscione a sostegno del giudice che conduce le indagini su Lula

#OcupaBrasilia, le proteste di piazza

Impressione più che confermata dal goffo tentativo della Roussef di salvare il suo mentore politico dall’arresto. Anche se Dilma si è giustificata dicendo che la nomina di Lula a Ministro della Casa Civil non ha nulla a che vedere con il tentativo di fargli un favore speciale dalla registrazione telefonica autorizzata dal giudice Sergio Moro, titolare delle indagini su Lula e la Petrobras, si evince in modo abbastanza chiaro come la nomina a ministro dovesse essere usata “in caso di necessità“. Ecco la trascrizione della conversazione incriminata la cui diffusione è stata resa possibile dai giudici e quindi è da considerarsi legale.

Dilma: Ti sto mandando “Bessias” (un ufficiale giudiziario) con il nostro documento da usare in caso di necessità, è il documento di investitura (a ministro), ok?
Lula: “Uhum”. ok, ok
Dilma: tutto qui, aspetta un minuto che sta arrivando.
Lula: Va bene allora lo aspeto.
Dilma: sì?!
Lula: sì va bene.

E il fatto che la nuova posizione di Lula all’interno del Governo di Brasilia lo metta al riparo da qualsiasi forma di azione giuridica non è andata giù a molti brasiliani che ieri nella notte sono scesi nuovamente in piazza a Brasilia e a San Paolo. La settimana scorsa l’ex-Presidente brasiliano era stato formalmente accusato di riciclaggio di denaro e frode nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato sulla corruzione dei dirigenti di Petrobras. Quando la polizia si era presentata alla sua porta con l’avviso di garanzia pare che Lula abbia risposto dicendo “l’unico modo per portarmi via di qui è in manette” (Lula era stato tratto in arresto per qualche tempo il 4 marzo). A quanto sembra l’intervento della Roussef ha per il momento scongiurato questa eventualità.
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La situazione per la Roussef è quindi molto delicata, anche perché gli alleati del partito repubblicano hanno annunciato l’intenzione di uscire dall’alleanza di governo mentre le opposizioni hanno chiesto a gran voce le dimissioni di Dilma e di tutto il suo Governo.

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Manifestanti davanti al Palacio do Planalto a Brasilia, sede della Presidenza

Ma non sono solo il PT e i suoi massimi dirigenti a vivere questo dramma, secondo quanto riporta la BBC lo scandalo che sta travolgendo il partito che è al governo dal 2003 sta dividendo anche le famiglie ed in generale l’opinione pubblica. Ricordiamo che Lula lasciò la presidenza con un’indice di gradimento altissimo (oltre l’80%) e che durante il suo mandato mise in opera una serie di riforme sociali che contribuirono a migliorare notevolmente la società brasiliana. La scoperta del lato oscuro dell’ex-sindacalista Lula però sta creando  un vero e proprio dramma collettivo esemplificato anche dalle manifestazioni di piazza. A dicembre diverse migliaia di brasiliani (meno di quelli scesi in piazza questa notte) manifestarono per le strade di Brasilia a favore di Dilma contro la richiesta di impeachment. Ora però secondo alcuni sondaggi l’indice di gradimento di Dilma è sceso al di sotto del 20% e la mossa politica di queste ultime ore rischia di alienare quasi del tutto il favore popolare. Se è vero che per la procedura di impeachment serve il consenso di almeno due terzi del parlamento non si può fare finta di vedere che forse il dominio politico di uno dei principali partiti socialisti sudamericani è ormai al tramonto.