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Perché il PD ha salvato Azzollini

Antonio Azzollini diventa la metafora del Partito Democratico di Renzi al governo. Dopo aver votato per il suo arresto in commissione, il Partito Democratico è protagonista di una meravigliosa giravolta politica e con il suo capogruppo al Senato indica libertà di voto, mentre la renziana Debora Serracchiani dice che il partito dovrebbe chiedere scusa per l’accaduto, mentre l’altro vice dello stesso partito, Lorenzo Guerini, giustifica tutto. Un meraviglioso gioco delle parti in cui Matteo Renzi, come spesso gli capita in queste situazioni, preferisce invece restare ufficialmente in silenzio e affidare la sua posizione ai giornalisti amici.
 
 PERCHÉ IL PD HA SALVATO AZZOLLINI
Cosa è successo nel caso Azzollini? È semplicemente successo che c’era il rischio che saltasse il banco. NCD aveva già subito l’onta delle dimissioni del ministro Maurizio Lupi, e un arresto del suo senatore che da dodici anni guidava la commissione bilancio non poteva essere accettato dall’alleato di Renzi. E allora il PD ha deciso di salvare Azzollini, ben pensando che la sua situazione era meno sotto i riflettori rispetto a quella di altri e che un suo salvataggio avrebbe influito di meno sull’opinione pubblica e sul governo, visto che l’onere della decisione va a ricadere tutto sulle spalle del partito e non sul governo. Spiega oggi Maria Teresa Meli sul Corriere parlando di Zanda:

Perciò il capogruppo aveva esposto la situazione al braccio destro e sinistro di Renzi, Luca Lotti. Sì, perché benché Renzi sitenga defilato, non voglia assolutamente essere coinvolto in questa storia e definisca questa una vicenda «eminentemente parlamentare», è chiaro che Zanda non si è mosso senza avere prima il via libera della segreteria nazionale, vista la grande delicatezza della votazione affrontata ieri mattina dall’aula di Palazzo Madama. «Se il nostro intento era quello di salvare Azzollini, il capogruppo avrebbe dovuto fare come si fa generalmente in questi casi: avrebbe dovuto parlare riservatamente a voce con i suoi senatori e non scrivere una email che, di fatto, ha ufficializzatola posizione del Pd», obiettava ieri il bersaniano Davide Zoggia. Ma questo è esattamente quello che non si voleva fare: ripetere l’errore compiuto durante le votazioni per l’arresto di Tedesco. Ossia dire ufficialmente di essere favorevoli all’arresto e poi trovarsi molti “no” nel segreto dell’urna. Quello sì, che, secondo i vertici del partito, sarebbe stato un vero «boomerang mediatico».

 
Quel che è certo è che Ncd incassa il risultato ed esulta. Renato Schifani si commuove quasi fino alle lacrime mentre il senatore Azzollini dichiara la sua innocenza in Aula: “Contro di me c’è solo fumus persecutionis”. I più arrabbiati sono i 5 Stelle, che accolgono il risultato della votazione gridando “ladri-ladri”. “La legge non è uguale per tutti. Azzollini salvato dal Pd” scrive Grillo. E Alessandro Di Battista è ancora più duro: “Renzi è sotto ricatto di Ncd”. E la Lega? Il commento di Matteo Salvini è anche questa volta molto “colorito”: “Renzi e il Pd hanno calato le braghe per salvare le loro poltrone, che pena…”. Tranciante è il commento del leader di Sel, Nichi Vendola: “È nato il governo Renzi-Verdini-Azzollini. Che tristezza!”. Al coro dei critici si aggiunge anche Renato Brunetta (Fi) che “brinda” alla libertà del senatore Ncd ma sottolinea lo “schifo politico e morale” che ha subito Renzi. Anche se su Repubblica la ricostruzione dei fatti è un tantinello diversa:

«Ma la verità — spiegano a Palazzo Chigi —è che l’opportunità politica ci ha condizionato nella decisione della commissione, non nel successivo voto dell’aula». Insomma, prima Renzi e il Pd si sono lasciati influenzare dal danno d’immagine che poteva venire dal no all’arresto. Solo più tardi hanno seguito la via maestra, secondo il quartier generale del Pd: leggere bene le carte e lasciare ai senatori la “libertà di convincimento”, come ha scritto Zanda. Come dire:non si deve smentire l’indirizzogarantista che Renzi ha impressofin dall’inizio evitando dimissionidi sottosegretari indagati.Indirizzo che è un messaggio ai magistrati: non può essere la giustizia, fino alla condanna definitiva, a decidere chi e come può stare in politica. Soprattutto nessuno può pensare di mettere la politica sotto controllo.

Insomma, secondo questa ricostruzione le carte sono state lette perbene da tutti i senatori del Partito Democratico, mentre le avrebbero lette male i senatori componenti della Giunta. Quanto è credibile una ricostruzione del genere?
 
ANTONIO AZZOLLINI, IL SENATORE E LE SUORE
Antonio Azzollini, 62 anni, è senatore dal 1994: prima con Forza Italia, poi con il Popolo delle Libertà e infine con NCD. A Palazzo Madama è attualmente presidente della commissione bilancio, mentre è stato anche sindaco di Molfetta. Su Azzollini pendono le indagini della procura di Trani per le indagini su una bancarotta da 500 milioni di euro alla casa di cura Divina Provvidenza. Secondo l’accusa, Azzollini impose la presenza di Angelo Belsito e Rocco Di Terlizzi nell’ente, a presidio dell’attività amministrativo-contabile. Scrive la Procura: «Il nuovo assetto societario era stato imposto quale contropartita all’impegno legislativo assunto negli anni dal noto parlamentare». La struttura aveva infatti un debito nei confronti del fisco, dell’Inps e dell’Inail pari a 300 milioni, che aveva rateizzato grazie a una proroga della sospensione degli oneri che aveva avuto nel 2005. Come contropartita, il senatore avrebbe anche fatto assumere dipendenti e concesso consulenze da migliaia di euro. Scrive il Corriere:

Nella Congregazione, almeno a leggere i verbali dei dipendenti, Azzollini la faceva da padrone. Scrive il giudice: «L’indagato interviene in modo massiccio sulla gestione dell’ente, orientandone le decisioni e rivestendo il ruolo di capo indiscusso ed indiscutibile dell’associazione a delinquere che imperversa sulla Congregazione da almeno cinque anni: i suoi bracci operativi lo informano previamente di tutte le questioni di maggiore importanza per la vita dell’ente». Uno dei dipendenti racconta di averlo sentito minacciare le suore durante una riunione: «Qui comando io, se non va bene vi p… in bocca». Tutto voleva controllare Azzollini, anche la nomina del commissario straordinario avvenuta nel dicembre 2013.

Dieci le persone destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare (tre in carcere, sette ai domiciliari) firmata dal gip del tribunale Rossella Volpe; nove gli arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza di Bari, tra cui quelli di due suore della Congregazione (“iniziativa cautelare sorprendente”, l’ha definita il loro legale, Francesco Paolo Sisto). La decima persona è il senatore Ncd Antonio Azzollini, già sindaco di Molfetta (Bari) e presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama. Nei suoi confronti è stata depositata a Roma una richiesta di arresto ai domiciliari che nelle prossime ore finirà sul tavolo della Giunta per le Immunità, chiamata a dare l’ok o a respingerla. Oltre alle due religiose (una, rappresentante legale pro tempore della Congregazione, e l’altra economa), sono finiti agli arresti un ex direttore generale, amministratori di fatto, consulenti e dipendenti dello stesso ente. Gli indagati sono in tutto 25, compresi gli arrestati; a 12 di loro la Procura contesta l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di più reati.