La macchina del funky

Perché la Corte dei conti ha annullato la condanna di Renzi

Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano riporta oggi le motivazioni con cui la Corte dei Conti ha annullato la condanna nei confronti di Matteo Renzi, come da lui stesso annunciato il 6 febbraio scorso. Quando ancora non se ne conoscevano le motivazioni, c’era chi ipotizzava che la cancellazione fosse arrivata per la riforma Madia, che in un comma sembrava «acclarare la possibilità di parametrare il trattamento economico dei “portaborse” sprovvisti di laurea a quello dei dirigenti; proprio l’inciampo oggetto dell’appello di Renzi». Non è così: le motivazioni sono altre. Scrive il Fatto:

A PAGINA 11 si legge: “Pur non ricorrendo gli estremi della cosiddetta ‘esimente politica’, questo Collegio ritiene di poter rilevare l’assenza dell’elemento psicologico sufficiente a incardinare la responsabilità amministrativa, in un procedimento amministrativo assistito da garanzie i cui eventuali vizi appaiono di difficile percezione da parte di un ‘non addetto ai lavori’. In poche parole, Renzi è assolto perché non in grado di percepire le illegittimità del proprio operato.
Il direttore di Lex Italia, rivista di diritto pubblico, Giovanni Virga la spiega così: “Il collegio ha ritenuto che l’attuale Presidente del Consiglio, pur essendo in possesso di una laurea in giurisprudenza, è un ‘non addetto ai lavori’ che si fida ciecamente degli apparati burocratici (che quindi sono stati giustamente condannati in primo grado) e che non è in grado nemmen odi rilevare che al personale privo di laurea da lui assunto in via fiduciaria non può essere corrisposto il trattamento economico previsto per i laureati”.
Il principio rischia di incentivare un sistema diffuso di elusione della responsabilità erariale. “Serve anche a mandare assolti nei giudizi di responsabilità i politici di vertice i quali, essendo‘non addetti ai lavori’,non possono essere ritenuti responsabili degli atti da loro adottati e firmati”.
 

renzi corte conti
La vicenda risale a quando il giovane Matteo era presidente della provincia di Firenze, prima di diventare sindaco del capoluogo. La condanna di primo grado giunge nel 2011. La emette la Corte dei conti della Toscana. L’accusa è di danno erariale per l’inquadramento contrattuale di alcuni dipendenti assunti a tempo determinato: tradotto in lingua corrente, significa assunzioni clientelari. Alcuni membri dello staff del presidente sarebbero stati inquadrati in una categoria superiore a quella dovuta, con relativi stipendi gonfiati. La procura della Corte contabile aveva contestato alla giunta Renzi un danno erariale di 2.155.000 di euro, ridotto dai giudici di primo grado a un risarcimento di 50mila euro. Di questa somma, circa 14mila sono stati posti a carico del rottamatore e 1.000 al suo vice di allora, Andrea Barducci. Il resto è stato addebitato a ex assessori e funzionari dell’ente locale.
Le persone condannate sono 21; nove dei 30 indagati sono stati archiviati. Renzi contestò all’epoca pesantemente il lavoro della procura contabile: «Una ricostruzione fantasiosa e originale». L’indagine nacque da una denuncia anonima sull’assunzione di Marco Carrai. L’“uomo-ombra” del renzismo, all’epoca ventinovenne, fu sistemato nella segreteria del presidente della provincia di Firenze, nonostante privo del diploma di laurea. Alla fine la nomina di Carrai non sarà ritenuta illegittima dai giudici, ma nel frattempo le indagini avevano fatto emergere le irregolarità in altri quattro contratti a tempo determinato. L’ex sindaco di Firenze esultò per il forte sconto della sentenza (un risarcimento di “soli” 50 mila euro a fronte degli oltre 2 milioni richiesti dalla procura) e attribuì ai funzionari della provincia la responsabilità delle assunzioni incriminate: “Non si tratta di amici e parenti – commentò Renzi – e se un dirigente ha sbagliato l’inquadramento ce ne assumeremo le responsabilità, ma è difficile accettare l’idea che siano gli amministratori e non i funzionari i responsabili di questi eventuali errori tecnici”.