Opinioni

I giornali e la storia di Pamela fatta a pezzi viva

Ieri e oggi i giornali italiani, sia nella versione online che in quella cartacea, sono pieni di titoli che raccontano di Pamela Mastropietro e della seconda udienza davanti alla Corte d’Assise di Macerata nel processo a Innocent Oseghale, unico imputato per l’omicidio della diciottenne romana, commesso il 30 gennaio dell’anno scorso. Il titolo è di solito un virgolettato che riporta infinite variazioni di questa formula: “Pamela Mastropietro fatta a pezzi viva”.

In tutti gli articoli si cita la testimonianza di Vincenzo Marino,  affiliato al clan Vrenna-Bonaventura, fino al 2012 collaboratore di giustizia: a lui il nigeriano avrebbe confessato di aver violentato e ucciso la ragazza. Insieme a un dettaglio di importanza fondamentale: quando Oseghale ha cominciato a fare a pezzi la ragazza questa avrebbe emesso un gemito, e quindi lui le avrebbe dato un’altra coltellata per finirla.

Il dettaglio aggiunge orrore a una storia già orribile, ma soprattutto è totalmente smentito da altri testi che si trovano nelle stesse condizioni di Marino – sono detenuti  –  ma a differenza di lui non hanno litigato con Oseghale in carcere: si tratta di Stefano Giardini, ex sottufficiale della Guardia di Finanza finito in carcere per reati finanziari, Stefano Re e Jentian Xhafa. Tutti e tre sono stati sentiti ieri dal tribunale, tutti e tre hanno raccontato una storia diversa da quella così orribile di Marino.

«Non li ho mai visti parlare da soli, ma solo attraverso la cella e dopo che era rientrata l’aggressione del loro primo approccio», ha detto Giardini che mesi fa ha consegnato al procuratore Giovanni Giorgio due pagine di memorie di Oseghale scritte in inglese che il compagno di cella ha tradotto in italiano. A Marino qualche giorno fa è stata tolta la protezione dei pentiti e lui stesso ha riferito di minacce alla moglie.

La questione di Pamela fatta a pezzi viva è importante dal punto di vista processuale perché secondo la difesa Oseghale ha fatto a pezzi Pamela dopo che era morta e su questo punto i giudici dovranno prendere una decisione che si rifletterà poi sulla pena che riceverà l’uomo. Ma qui, a parte la decisione dei giudici, interessa l’atteggiamento dei media: i quali non vedono l’ora, evidentemente, di raccontare dettagli raccapriccianti di una storia senza prima pesare se questi dettagli sono ben fondati oppure no; è evidente che lo fanno perché così il racconto dei fatti è più pulp e ritengono che così interesserebbe di più il lettore.

Ma dando rilevanza a una testimonianza rispetto alle altre tre contribuiscono a creare un clima che poi rischia di ritorcersi, come spesso accade, sulla giustizia italiana se poi i giudici dovessero ritenere non fondate le affermazioni di Marino. Prima si crea l’aspettativa basata su un possibile falso, poi ci si lamenta perché i giudici non hanno fatto quello che vuole “il popolo”: come vedete il populismo non nasce mica in politica. E a differenza di Pamela, qui sono tutti colpevoli.

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