Opinioni

No, non sono tutti uguali: i responsabili del vitalizio a Formigoni sono sempre in fondo a destra

Quando leggi che Roberto Formigoni, alias il Celeste, l’ex senatore, l’ex Presidente di Regione Lombardia, si è visto restituire dal Consiglio di Garanzia del Senato – ora definitivamente – il vitalizio da senatore, nonostante una condanna a 5 anni e 10 mesi per corruzione, la prima reazione è quella più ovvia, di pancia, quasi un riflesso condizionato: disgusto, ribrezzo. Ce n’è, però, una seconda, più sottile, più ragionata, più meditata, che non affonda nelle viscere, ma non per questo è meno violenta: la nitida sensazione che questo voto segnerà indelebilmente una frattura non più sanabile tra la credibilità della politica e chi in questi anni le ha dichiarato guerra. Tra casta e anticasta. Perché anche per chi come me ha sempre difeso le istituzioni da quello che riteneva una gogna populista, un fervore acritico, una rabbia cieca e ancestrale che prorompeva a colpi di “vaffa” e colpiva nel mucchio senza distinzioni, anche per me, dicevo, per questa categoria politica fuori moda, oggi è pressoché impossibile non unirsi a quel coro di legittima indignazione nel vedere la massima istituzione di rappresentanza del popolo premiare, di fatto, per mero spirito corporativo, un suo membro pregiudicato per uno dei reati più gravi di tutti nella grammatica politica: corruzione.

Vitalizio Formigoni
foto pacific press/ zumapress/IPP 30/01/2016 Roma, Family Day al Circo Massimo nella foto roberto formigoni politico

E, anzi, il fatto che a votarla siano stati due esponenti della Lega e uno di Forza Italia – rappresentanti, cioè, di una destra sempre più irricevibile – dà torto paradossalmente a quanti per anni ci hanno ripetuto che “sono tutti ladri”, “tutti complici”, che “destra e sinistra sono la stessa cosa”. No, destra e sinistra non sono affatto la stessa cosa, allo stesso modo con cui non esiste una casta indiscriminata avida e predatoria che usa la politica per arricchirsi e affamare il popolo. Per fortuna non è così e il voto di ieri ce lo dimostra in modo chiaro. Fare questa distinzione è un passo fondamentale che, invece di mitigare, per molti versi avvalora il sentimento di indignazione che molti di noi provano nei confronti di quest’ultima vergogna, perché permette di individuare in modo molto più chiaro responsabilità precise, nomi e cognomi, rifiutando il comodo e consolatorio lavacro di massa con cui siamo abituati a raccontare l’eterna lotta contro i privilegi dei nuovi bramini della politica.

Per quello che vale, non sono affatto contro il concetto di una forma pensionistica ai politici (nei limiti del ritegno e delle leggi), come non ho mai condiviso a priorie le battaglie di principio contro i cosiddetti privilegi della “kasta”, che spesso, al di fuori degli slogan e della propaganda, non sono altro che prerogative di funzione studiate e pensate proprio per garantire l’indipendenza assoluta dei parlamentari e per garantire a tutti, anche a chi non se lo può permettere, di rappresentare la cosa pubblica. Ma qui il tema è un altro: si parla di riconoscere soldi pubblici a vita – tanti o pochi poco importa – a qualcuno, in questo caso Formigoni, che quelle istituzioni le ha calpestate, infangate, umiliate, danneggiate. È un messaggio indecente che stimola ovvi, inevitabili, istinti populisti, che non sono mai la soluzione (al) ma un sintomo del problema.

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La “dottrina” Grasso con cui nel 2015 l’allora Presidente del Senato pose, almeno sulla carta, il veto ai vitalizi per i parlamentari condannati per reati gravi andava proprio in quella direzione: fare in modo che fosse la politica, dal di dentro, ad autotutelarsi, ad autoregolarsi, per mantenere una parvenza di credibilità prima che lo facesse qualcuno da fuori e in altre forme molto meno democratiche e molto più pericolose. Ma ha a che fare anche da vicino con la “questione morale” sollevata in tempi non sospetti da un tale che di nome faceva Enrico Berlinguer, non certo il primo grillino che passava di lì. Guai a fare lotte indiscriminate e ideologiche alla casta, ma guai anche – all’inverso – a sventolare i vessilli dell’antipopulismo come riflesso condizionato quando l’unico tema qui è la dignità delle istituzioni, la loro necessaria superiorità morale rispetto alla società che intendono rappresentare. O, perlomeno, se proprio non sono in grado di elevarsi, non ne diventino, di quella società, la sua parte deteriore.