Opinioni

No all’aborto, nemmeno in caso di stupro

Rebecca Kiessling è stata concepita durante uno stupro. Scampata all’aborto, si presenta come la voce di chi non ce l’ha, cioè di tutti i «bambini» concepiti allo stesso modo e che rischiano di essere «uccisi» («I speak internationally sharing my story of having been conceived in rape and nearly aborted at two illegal abortionist, but protected by law»).
Kiessling vorrebbe vietare l’interruzione di gravidanza in qualsiasi circostanza. Per quanto improponibile sia vietare l’aborto volontario, Kiessling è almeno coerente con le sue premesse ferocemente prolife: se l’aborto è un omicidio, lo è anche in caso di stupro. La modalità di concepimento non incide infatti sullo statuto ontologico dell’embrione, considerato persona fin dal concepimento. Se uccidi tuo figlio sei sempre una assassina, e se uccidi un bambino che ha avuto origine da una violenza carnale sei forse qualcosa di peggio.
La posizione di Kiessling è preferibile agli equilibristi prolife, quelli cioè che vogliono difendere la «vita» ma che non hanno il coraggio di sostenere posizioni tanto impopolari: negare alle donne violentate la possibilità di scegliere se portare avanti la gravidanza oppure no.
Ieri, per illustrare il suo pensiero, Kiessling ha condiviso due manifesti prolife. Il primo per dire no alla pena di morte dei bambini concepiti in occasione di una violenza sessuale: non condannate a morte un disgraziato e accettate invece l’aborto, ovvero la peggiore condanna a morte che esiste? («No ‪#‎deathpenalty‬ for children ‪#‎conceivedinrape‬ ! ‪#‎ProLife‬ ‪#‎NoExceptions‬»).
#DeathPenalty #KennedyvLouisiana #HydeAmendment #RapeException #ConceivedInRape #ProLife
Il secondo per lo stesso fine, insistendo sulla non accettabilità di eccezioni al divieto assoluto di abortire: se sei contro la pena di morte per gli stupratori come puoi essere a favore dell’aborto di «bambini» innocenti? («#ProLife #NoExceptions #NoCompromise #RapeSurvivors»).
#NoCompromise