Economia

Niente sesso, siamo giapponesi

Lo scorso ottobre Max Fisher sul Washington Post scrive della sindrome di castità che ha investito i giapponesi (sekkusu shinai shokogun), rimandando a un pezzo sul Guardian sui numeri di matrimoni, figli e sesso (Japan’s sexual apathy is endangering the global economy, 22 ottobre 2014). Ma questa non è solo una storia di costume e di abitudini matrimoniali e sessuali. È una storia di economia globale. Il Giappone è un paese molto rilevante per l’economia di tutto il mondo e quello che accade lì ha, ovviamente, un effetto non solo locale. Il Giappone potrebbe avere un problema: la demografia. I giapponesi non hanno abbastanza figli, anche perché non sembrano essere molto interessati a sposarsi o ad avere relazioni sentimentali e a riprodursi. Non avere abbastanza figli significa non essere in grado di supportare l’economia.
 
I NUMERI
Fisher passa a dare qualche numero (ripreso dal pezzo del Guardian e da un report del 2011). Sono molti i giapponesi che non trovano attraente il sesso: il 45% delle donne e il 25% degli uomini tra i 16 e i 24 anni non sono interessati o lo disprezzano. Più della metà della popolazione è single. Il 49% delle donne e il 61% degli uomini tra i 18 e i 34 anni non sono sposati né hanno una relazione con qualcuno. Il numero dei casti o dei disinteressati al sesso è in crescita dal 1990. Un quarto dei giapponesi dice di non essere interessato ad avviare una relazione. Più di un terzo tra i 18 e i 34 anni non ha mai avuto rapporti sessuali (il 39% delle donne e il 36% degli uomini). È almeno dal 2006 che le donne giapponesi si lamentano che gli uomini sono «erbivori» (soshoku danshi), ovvero non sono interessati al sesso opposto. Per chi si sente solo ci sono fidanzati virtuali e relazioni via app (o meglio, app che fanno da fidanzato e non mezzi per trovarne uno vero). Per quanto riguarda le donne, la decisione di evitare figli e famiglia potrebbe essere legata alle profonde disuguaglianze di genere. Il Giappone è in un equilibrio conflittuale, con un tipo di economia occidentale in un contesto di abitudini e regole sociali molto arretrato. Conciliare la vita professionale e quella familiare è una vera e propria contraddizione, se non addirittura una impossibilità. O hai figli o lavori – e non per una questione di tempo o di organizzazione. «Devil wives» vengono chiamate le donne sposate che continuano a lavorare. In questa scelta quasi obbligata non sorprende che molte abbiano cominciato a scegliere il lavoro, escludendo così la possibilità di sposarsi e avere figli.
Uomini Sesso Giappone
Donne Sesso Giappone
 
CONSEGUENZE ECONOMICHE
La popolazione sta diminuendo velocemente. L’anno passato è calata di 212.000 individui. Il tasso di natalità è in caduta: 1.03 milioni dell’anno passato contro l’1.21 dell’anno precedente. Meno figli, meno lavoratori. Meno lavoratori, meno produttività. E non solo, come abbiamo già detto, nei confini giapponesi. Secondo Fisher è una bomba (economica) a orologeria. L’età media è alta e le spese per l’assistenza degli anziani sono molto onerose (ovunque, e particolarmente in un paese in cui la natalità crolla insieme al numero di persone che lavorano e pagano le tasse per quelli che non lavorano più). Il rischio della combinazione di questi due fenomeni – la riduzione della popolazione e il suo invecchiamento – riguarda l’economia globale.
Popolazione Giappone dal 1950
IL DEBITO
Il Giappone è uno dei paesi più indebitati: il debito pubblico è del 200% del suo prodotto interno lordo (per capire di cosa stiamo parlando: è messo peggio della Grecia). L’allarme determinato dalla crisi demografica non è una novità (ove si ricorda che il Giappone ha un debito di oltre mille miliardi di dollari agli Stati Uniti, e se il Giappone cade non sarà il solo a farsi male). Non che il Giappone non ne sia consapevole. Nel tentativo di incentivare le nascite, è sbucata anche la proposta di rendere l’aborto illegale. È stata Seiko Noda a farlo, lo scorso febbraio. Come commenta Fisher, «the proposal may have been facetious, but it was certainly desperate – and maybe appropriately».