La macchina del funky

Il milione di euro di soldi pubblici spesi dal M5S in comunicazione

Annalisa Cuzzocrea su Repubblica oggi parla delle spese boom in comunicazione del MoVimento 5 Stelle tra Camera e Senato. Soltanto a Montecitorio i grillini hanno speso il 40% in più rispetto all’anno precedente, arrivando alla bella cifra di 1,260 milioni di euro.

Per avere un indizio oggettivo, basta studiare il bilancio della Camera che andrà in aula giovedì prossimo. Il gruppo dei 5 stelle ha speso in comunicazione, l’anno scorso, il 38 per cento in più dell’anno precedente. Più consulenze, quindi, e dipendenti che nel 2015 sono passati da 9 a 12 per un totale di oltre un milione duecentosessantaseimila euro. Come spiegazione dei costi sempre maggiori, nella nota di bilancio si legge: «È stato consolidato e ulteriormente potenziato il progetto affidato alla Web Side Story di organizzazione e strutturazione attraverso i social media».
Formalmente, sopra tutti c’è Beppe Grillo. Nessuno lo ricorda più, ma deputati e senatori – prima di entrare in Parlamento – hanno firmato un codice di comportamento che all’ultimo punto prevedeva che «la costituzione di due gruppi di comunicazione, uno per la Camera e uno per il Senato» fosse «definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri». Declinata nella realtà, questa regola ha significato – negli ultimi tre anni – che a scegliere gli uomini e le donne che che sarebbero entrati in quegli uffici (pagati coi soldi che il Parlamento fornisce ai gruppi parlamentari) è stata la Casaleggio Associati.

di maio di battista fico
Spiega Repubblica che la comunicazione ha sostenuto finora Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista:

In realtà, negli ultimi mesi, Di Maio e Di Battista sono apparsi marciare compatti. E la “comunicazione” ha sostenuto entrambi, contribuendo – piuttosto – a farne dei personaggi televisivi. Se c’è un successo dell’era Casalino – già concorrente del Grande Fratello e già solo per questo considerato il massimo esperto di televisione all’interno del gruppo – è quello di essere riuscito a imporre un “canone” diverso per i parlamentari del Movimento che vanno in tv. Dal divieto assoluto (anche quello previsto nel codice di comportamento di cui sopra) si è passati a un “sì, ma a certe condizioni”. Dettate tutte dal potente apparato a 5 stelle. Primo comandamento, non finire «nel pollaio». Da qui le interviste a due con il conduttore o al massimo – molto raramente e quasi mai per gli esponenti del direttorio – contro l’esponente di un altro partito. Un canone che ha funzionato, rafforzando vertici arrivati lì quasi per caso. Ma ora più che mai, chiamati a dettare la linea.