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Matthew Gardiner: il politico australiano che va a combattere l'ISIS

Riguardo al conflitto in Siria c’è sempre qualche politico che se ne esce con la frase “aiutiamoli a casa loro”. A quanto pare il leader laburista australiano Matthew Gardiner è uno che fa seguire alle parole i fatti e sarebbe andato in Siria a combattere l’ISIS. Secondo la notizia riportata da ABC Gardiner, che è il capo del partito laburista nello stato del Northen Territory australiano, avrebbe lasciato il paese per raggiungere la resistenza curda che combatte contro l’esercito del califfato di Al Baghdadi. Attualmente Gardiner è irreperibile e il suo telefono cellulare risulta disconnesso.

Il sindacalista ed ex-membro del labour australiano Matthew Gardiner (fonte: abc.net.au)
Il sindacalista ed ex-membro del labour australiano Matthew Gardiner (fonte: abc.net.au)

CHI È MATTHEW GARDINER
Sindacalista per la United Voice, Matthew Gardiner ha 43 anni e un addestramento militare (ha fatto parte dell’esercito australiano per dieci anni e negli anni Novanta aveva partecipato alle missioni in Somalia) e da ieri non fa più parte del partito laburista australiano che lo ha espulso non appena appresa la notizia della sua partenza per la Siria. Il presidente del partito, Bill Shorten, ha detto senza mezzi termini che Gardiner ha fatto un errore ad unirsi alla causa della resistenza curda: “quali che siano le sue motivazioni, non risolverà nulla andando lì”. Secondo quanto riporta il Sidney Morning Herald prima di partire Gardiner avrebbe rimosso la maggior parte degli amici del suo profilo su Facebook e nel suo ultimo post, che risale al giorno dopo l’assalto alla cioccolateria Lindt di Sidney, aveva scritto: “Don’t give in to hate #illridewithyou” (#illridewithyou è l’hashtag diffuso per manifestare solidarietà ai musulmani dopo l’assalto;). Al di là di questo gesto, condiviso da molti australiani, non sembra però che Gardiner avesse mai manifestato il desiderio di andare in Siria a combattere Daesh, i suoi interessi politici riguardavano principalmente la difesa dei diritti del lavoratori del settore dei trasporti del Northern Territory. Il suo gesto ha lasciato naturalmente sorpresi i familiari di Gardiner, soprattutto la moglie e i tre figli. Luke Whitington, collega di Gardiner nel sindacato United Voice, si è dichiarato molto sorpreso ma non ha saputo nascondere la sua ammirazione “per una persona di così sani principi da decidere di andare a combattere per quella che considera una giusta causa”.
I FOREIGN FIGHTERS RISCHIANO LA GALERA
Prima di partire Gardiner aveva rassegnato le dimissioni da tutti gli incarichi politici affidatigli dal suo partito che, pur espellendolo, per bocca del suo leader ha definito il gesto dell’uomo “un errore” e questa sembra essere la linea seguita anche da altri membri del partito amici di Gardiner. Il problema per lui però ora è un altro. Come ha ricordato il portavoce del Procuratore Generale australiano è illegale per i cittadini australiani recarsi nelle zone del conflitto per andare a combattere indipendentemente dal fatto che si vada a combattere tra le fila di un esercito che lotta contro quello che è anche un nemico dell’Australia. Chi sceglie di andare a combattere all’estero rischia una pena fino all’ergastolo qualora dovesse fare ritorno in Australia e per questo motivo la polizia federale australiana ha aperto un’indagine a carico di Gardiner per stabilire se veramente si sia recato in Siria per combattere Daesh. Il Ministro dell’Immigrazione Peter Dutton ha detto che non ha intenzione di vedere cittadini australiani uccisi in Siria, a prescindere dal fatto che siano animati da buone intenzioni: “non abbiamo bisogno di cowboy che vadano in giro a combattere, non importa se sono stati addestrati o se hanno fatto parte dell’esercito australiano“. A quanto sembra oltre a Gardiner l’australia ha esportato una novantina di foreign fighters. Recentemente in Australia ha avuto luogo un acceso dibattito riguardo alla legge molto controversa che giudica atti di terrorismo la semplice permanenza all’interno di “aree designate” come Siria e Iraq senza “motivi validi” anche se in mancanza di intenti criminale (ad esempio andare a combattere per l’ISIS).

Foto copertina via ABC news