Economia

Matteo Renzi e la rivincita di gufi e talk

La verità, vi prego, sui numeri, aveva chiesto Matteo Renzi il primo marzo elencando una serie di numeri positivi per l’economia italiana. «Possiamo fare chiarezza?», esordiva prima di andare a parlare di PIL, deficit, lavoro, la lotta all’evasione fiscale eccetera. A dispetto della scarsa propensione per gli zero virgola (dichiarata), Renzi orgogliosamente dichiarava di essere andati al di sopra delle aspettative: «A inizio del 2015 avevamo immaginato la crescita del +0,7%. La crescita è stata invece del +0,8%. Meglio delle previsioni. Il Governo Monti aveva chiuso con -2,3%; il Governo Letta con -1,9%. (Fonte: ISTAT)». Meglio delle previsioni, insomma, e a certificarlo era stata l’ISTAT il giorno stesso poco prima durante la mattinata.
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Matteo Renzi e la rivincita dei gufi

Come mai l’istituto aveva rivisto al rialzo i dati? Una prima stima dell’Istat, diffusa a metà febbraio e basata sui trimestri, aveva dato il Pil a +0,7%. C’è da ricordare che la previsione contenuta nella nota di aggiornamento al Def dello scorso settembre invece indicava un +0,9%. Quindi in ogni caso chi avesse parlato di previsioni sbagliate non sarebbe stato in torto. Ma Renzi ha preferito rifarsi a una stima precedente per dare un segno di vittoria in più. Come mai questa revisione da parte dell’ISTAT? Questa è stata la spiegazione dell’istituto: «Da sempre la stima dei dati annuali, proveniente dal sistema completo di calcolo, è quella del primo marzo e risulta diversa, nelle componenti e nel totale, da quella implicita nelle stime preliminari; quest’anno la differenza per il PIL è un decimo di punto e porta allo 0,8%». Nessun complotto quindi ma una normale e abituale procedura (infatti anche per l’anno scorso è stata effettuata una correzione). C’è da dire che non si era esattamente compreso come fosse arrivata la correzione.

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L’Istat e il PIL, 1 marzo 2016

Ma l’ISTAT aveva riportato dati non corretti per giorni lavorati, aveva fatto notare Mario Seminerio su Twitter. E infatti proprio oggi l’ISTAT comunica: «Nel 2015 il PIL corretto per gli effetti di calendario è aumentato dello 0,6%. Si fa notare che il 2015 ha avuto tre giornate lavorative in più rispetto al 2014».
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La revisione dell’ISTAT operata oggi, 4 marzo 2016 e la sua spiegazione

E quindi ecco cosa è successo:

Ma come, è il piùzerovirgolaotto con cui Renzi aveva tentato di matare i gufi e le chiacchiere che stanno a zero? Quella era la variazione annuale grezza, che serve ai nostri eroi quando è a loro favore, ça va sans dire. Per gli amanti del “non impicchiamoci agli zerovirgola”, è utile sapere che il dato grezzo per il 2015 era stato di +0,76%, arrotondato quindi allo 0,8%, mentre quello corretto per i giorni lavorati è stato di 0,64%, arrotondato a 0,6% Che sfiga, signora mia, se solo il secondo ed il terzo decimale ci avessero aiutato di più!

 

Un decimo di punto percentuale di ragione

Ora, è a tutti evidente che stiamo parlando di un decimo di punto percentuale di ragione. Ma l’enfasi della “verità, vi prego, sui numeri” ce l’ha messa – con la sua solita eleganza – il premier. Ed è sempre lui che ha dimenticato di aver aggiornato le previsioni allo 0,9 soltanto qualche mese fa.

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Riccardo Puglisi, professore associato a Pavia e responsabile economia di Italia Unica

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La spiegazione di Riccardo Puglisi

Ora è evidente che il tram chiamato Seminerio ci ha portato sulla strada giusta. Ed è anche evidente che non c’è alcun complotto dietro tutta questa storia per il semplice fatto che, come molti hanno spiegato su Twitter, queste operazioni sono assolutamente la norma. Tanto più che il dato valido ai fini di Maastricht è quello dello 0,8%. Meno nella norma è invece che il premier che non ama gli zero virgola si metta a giocare con gli zero virgola. Ora bisognerebbe far notare che il governo, come ha detto Renzi, aveva previsto lo zero e sette e invece siamo andati peggio delle previsioni. Ma forse aveva ragione il primo Renzi: tutti questi discorsi sullo zero virgola fanno ridere. «Nel corso dell’anno la crescita congiunturale ha mostrato un progressivo indebolimento», ha invece ricordato l’ISTAT. Questo, semmai, è ciò che deve preoccupare.