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Il caso Marika Cassimatis finisce in tribunale?

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«Con i 5 Stelle è finita, certo. Sono stata diffamata senza alcun riscontro. Ci vediamo in tribunale»: così Marika Cassimatis conclude la sua intervista al Corriere della Sera, preannunciando una coda giudiziaria per l’esclusione dalla corsa a sindaca di Genova decisa ieri da Beppe Grillo. Una possibilità di cui avevamo parlato ieri: «Bisognerebbe approfondire la validità della clausola di riserva e, se ritenuta valida, se il comportamento della Cassinatis integri o meno quelle violazioni dei principi del movimento richiamati nella clausola. Io la decisione la impugnerei», ci aveva fatto sapere l’avvocato Lorenzo Borré, che ha portato in tribunale a Roma e a Napoli i leader M5S, ottenendo i reintegri per i suoi assistiti.

Il caso Marika Cassimatis finisce in tribunale?

La Cassimatis su Facebook ieri ha parlato di “prove” manipolate alla base della decisione di Grillo: «Avendo ricevuto conferma di candidatura di consiglieri che hanno sostenuto il mio nome ( ne mancano ancora pochi all’appello) , ritengo che le violazioni contestate non riguardino nessuno di loro e tanto meno la mia persona. Attendo pertanto invio in forma privata della documentazione citata in oggetto perché potrebbe trattarsi di prove manipolate da detrattori della lista che non è stata certificata». Stamattina è stata ancora più esplicita: «Sollecito ancora lo staff di Beppe Grillo a documentare le pesanti accuse perché lanciare il sasso e ritirare la mano, in questi frangente, corrisponde alla diffamazione pretestuosa».

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Il post con cui Beppe Grillo caccia Marika Cassimatis

E in effetti sono tante le perplessità sulla decisione di Grillo. Anche procedurali, come segnala stamattina Emanuele Bozzo sul Corriere della Sera: Beppe ha affidato la scelta di partecipare alle amministrative con il secondo classificato o non partecipare agli attivisti di tutta Italia invece che solo ai genovesi:

Un punto che va contro l’articolo 2 del regolamento del Movimento («Alla votazione per argomenti di interesse regionale o locale sono ammessi al voto solo gli iscritti residenti nell’ambito territoriale interessato»). I militanti «ortodossi» della Lanterna chiedono chiarimenti via web. Nel Movimento fanno muro e spiegano che la natura del voto è cambiata. «Grillo in realtà non ha violato il regolamento: si tratta di ratificare una scelta del garante e quindi ne hanno diritto tutti», precisano i Cinque Stelle.
E ancora: «Nessuno rinnega la democrazia diretta. Abbiamo riscontrato in ritardo un problema e agito di conseguenza». Ma le difese d’ufficio (e il silenzio degli eletti sulla vicenda) non bastano a chiudere la discussione interna. Il dietrofront su Cassimatis ha lasciato strascichi anche in Parlamento. Con Di Battista (e non solo lui) eufemisticamente perplesso. «Così si crea un grave precedente», il ragionamento dei dubbiosi. E anche chi si schiera con il leader condividendone la scelta, si pone delle domande sulla modalità. Si teme che il «caso Genova» possa essere ripreso da qualsiasi gruppo mettendo a rischio le votazioni future.

luca pirondini Marika Cassimatis m5s genova sindaco - 3
Luca Pirondini con Alice Salvatore

La candidata sindaca dissidente

Intanto Repubblica riferisce oggi di una certa freddezza nei confronti della decisione che arriva persino da fedelissimi alla linea del calibro di Alessandro Di Battista. Mentre è un fatto che le bacheche dei parlamentari nazionali e regionali da ieri siano completamente silenti sul tema, cosa che è comprensibile visto che lo stesso Beppe ha scritto nel post di cacciata della Cassimatis che il criterio della fedeltà servirà a reclutare sia a livello locale che nazionale:

Tra i più scossi, c’è Alessandro Di Battista, che ne parla animatamente con più di un collega fino a dire: «Sono stanco di metterci la faccia». La decisione non è passata da lui, a Roma non la conosceva praticamente nessuno. A scegliere è stato Beppe Grillo. Per questo, nel post, il capo politico ha chiesto: «Fidatevi di me».«Quella lista è piena di persone che mi hanno sempre attaccato», ha raccontato a chi gliene ha chiesto le ragioni. «Non poteva essere certificata, non possiamo più permetterci certi errori». Così, gli ortodossi si allineano e difendono il capo: «Non c’è nessuno strappo, il regolamento lo prevede».
Ma sono in molti – tra Camera e Senato – a chiedere un impegno maggiore sul territorio. Allo stesso Di Battista, qualcuno rinfaccia lo scarso lavoro sui meet up, che erano stati affidati a lui e a Roberto Fico. «Se pensiamo ad andare in tv e non a lavorare nei comuni, è questo che succede», dice scorato un parlamentare. «Non c’entra – avrebbe ribattuto il deputato – è una questione di metodo». Ma la ferita resta aperta, perché tale è in moltissime città d’Italia.

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Anche Paolo Becchi, genovese, su Libero è sconcertato: «Per fortuna si vota a Genova per il sindaco della città e per una candidatura forte del cosiddetto centrodestra, considerata la debolezza del centrosinistra, si aprirono possibilità inaspettate. Ma al di là di Genova il fatto inquietante è che il nostro Paese rischia di finire governato da un partito che agisce nel totale disprezzo delle più elementari regole democratiche. Ci dovremo fidare tutti del Capo e nessuna opposizione sarà possibile». E persino Paolo Flores d’Arcais, in altre occasioni simpatizzante con il M5S, ieri ha chiuso la porta in faccia a Grillo: «A questo punto sarebbe il caso che il M5S ufficializzasse nel suo non-statuto che i candidati li sceglie Grillo, e così per ogni altra nomina. Non sarebbe la tanto strombazzata democrazia-diretta-web, sarebbe almeno un’oncia di onestà. In un numero precedente di MicroMega mi ero domandato fino a quando si sarebbe potuto votare ancora M5S: con rammarico, perché altri voti non di regime non se ne vedono. La misura era dunque già colma. L’ukase defenestratorio di Genova costituisce la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno il M5S è più votabile».

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