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La vendetta tremenda vendetta di Marcello Minenna

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Alla fine Marcello Minenna rompe il silenzio in serata per spiegare le ragioni delle sue dimissioni, che insieme a quelle di Carla Raineri, Alessandro Solidoro, Marco Rettighieri e Armando Brandolese (non ancora formalizzate) hanno inaugurato le dieci ore che sconvolsero il Campidoglio. Lo fa su Facebook con un post nel quale rinverdisce la sua fama di civil servant, ma poco o nulla dice sulle ragioni delle dimissioni. Le spiegazioni vengono invece affidate a un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, che l’assessore ex Consob in procinto di tornare all’Autorità linka e incolla sul suo profilo Facebook.

Le dieci ore che sconvolsero il Campidoglio

Tutto comincia alle 23, quando la sindaca accoglie nel suo studio il suo capo di gabinetto Carla Romana Raineri per annunciarle che in seguito al parere dell’Autorità Anticorruzione richiesto ad agosto per la sua nomina effettuata a luglio (e già qui a qualcuno la storia dovrebbe puzzare) la sua nomina è irregolare e quindi la revocherà. Attenzione: una nomina irregolare può essere cancellata, ma questo non significa che poi non possa essere reiterata regolarmente. Ma ciò alla Raineri non viene detto, così come non le viene detto che la richiesta all’ANAC è stata firmata dalla sindaca ma scritta da Raffaele Marra, l’ex alemanniano poi polveriniano e infine mariniano che la Raggi aveva promesso a Grillo che avrebbe sostituito dopo la sua nomina a vicecapo di gabinetto. Eppure Marra è rimasto lì, visto che è uno di cui la sindaca si fida. «Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica. I precedenti sono innumerevoli», scrive Rizzo, e si capisce che questa è la versione di Minenna.

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Le dieci ore che sconvolsero il Campidoglio (Corriere della Sera, 2 settembre 2016)

Minenna, informato dalla Raineri del suo colloquio con la sindaca, presenta le sue dimissioni in una lettera di una riga che indirizza alla sindaca prima, a tutta la giunta poi. Intanto informa al telefono i suoi fedelissimi, primo tra tutti quell’Alessandro Solidoro che i complottisti vedevano come emanazione della Casaleggio perché il suo studio a Milano era vicino alla sede dell’azienda che controlla la comunicazione del MoVimento 5 Stelle. Invece il presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Milano decide di andarsene quando sa delle dimissioni di Minenna. Accelerano il domino i vertici di ATAC, il patatrac è tratto:

E Minenna impiega un altro minuto per decidere che «a queste condizioni» non può più restare. Mentre Rettighieri la sua decisione l’ha già presa: gli sono bastati due giorni con Minenna in ferie. Due giorni d’inferno a parare le bastonate dell’assessorato di Linda Meleo. L’ultimo che getta la spugna è Alessandro Solidoro. L’aria è fetida: in un pomeriggio l’amministratore unico dell’Ama conquista il record negativo assoluto di permanenza nell’incarico, meno di un mese. Il putsch è riuscito. Fuori Minenna, fuori Carla Raineri, fuori Rettighieri e l’amministratore Brandolese, fuori anche Solidoro. Cinque in un colpo solo: e non cinque scartine.
Il capo di gabinetto, l’assessore al bilancio e i capi delle due aziende più sensibili. Non si ricorda un precedente simile neppure nei momenti più bui e durante le peggiori amministrazioni della città. E per di più, dopo appena due mesi dall’insediamento della giunta. Con modalità che riportano alla mente i metodi dei tanto vituperati partiti che il Movimento 5 Stelle si propone di far dimenticare. Se non fosse per quel pizzico di dilettantismo in più. Una guerra per bande, perché questa è ormai quanto sta accadendo in città nel Movimento che dovrebbe governare la Capitale, che minaccia di avere conseguenze assai gravi. E fa salire una domanda inquietante: ma chi dovrebbe comandare a Roma, è in grado di farlo?

Il parere dell’Anticorruzione su Carla Raineri

Le flessioni di Minenna

Frangar non flectar, dicevano in tempi più gloriosi di quelli di oggi per Roma. Minenna invece è famoso perché  a margine delle riunioni in Campidoglio si metteva, davanti allo stupore di tutti i dirigenti comunali, a rullare flessioni sul pavimento. Ma evidentemente quello è l’unico modo di piegarsi che gli piace. «In questo breve tempo sono stati raggiunti alcuni importanti punti di programma del MoVimento 5 Stelle di Roma, quali lo scongiurare l’aumento delle tariffe dall’acqua, il gettare le basi per la chiusura degli sportelli di Equitalia in Roma e tanti altri», scrive su Facebook per illustrare il suo lavoro. Una parte importante del quale riguardava però le società partecipate del Comune, sulle quali Minenna manteneva un potere sulla scelta degli uomini da nominare che oscurava quello della sindaca. E infatti, scrive il Messaggero, c’è un particolare inedito sui contrasti che avrebbero potuto scoppiare di lì a poco e che hanno convinto il superassessore all’addio:

Chi conosce l’ex assessore prova a spiegare il suo pensiero: «Il prof non ha digerito il tranello della Raggi nei confronti della Raineri e soprattutto alcune nomine cheproprio la sindaca aveva fatto». Tra tutte quella di Salvatore Romeo, il capo della segreteria politica. Una scelta, rivendicata da Virginia, che Minenna ha contrastato. Non sul piano politico, ma su quello tecnico-amministrativo. Un braccio di ferro che di fatto ha paralizzato nell’ultimo mese tutta l’attività del Comune di Roma che si è trovato a dover commentare il tira e molla sugli stipendi. Con il risultato che continuano a lavorare da mesi ormai a titolo gratuito giornalisti professionisti (come l’ex portavoce della sindaca Augusto Rubei) senza lo straccio di un contratto. Gli scontri tra l’assessore e la sindaca in queste settimane sono stati anche su altre figure. Come quella di Raffaele Marra, il vicecapo di gabinetto che i vertici grillini non hanno mai digerito per via dei trascorsi con il centrodestra.
Tra veleni e sospetti finora il Comune è stato in balia di due cordate, quelle dell’ex responsabile del Bilancio (con Raineri e altri assessori) e il Raggio magico. Uno scontro che ha paralizzato il Comune. Fino alla mossa della sindaca dell’altra notte, una volta acquisito il parere dell’Anac. Minenna era sicuro che il prossimo siluro sarebbe arrivato a lui. Questione di giorni. Per via di un altro esposto all’Anac che interessava il Comune e la Consob, il nuovo e il vecchio lavoro, per via di una presunta incompatibilità nelle società partecipate (delega dell’ex assessore). E così, saltata la capo di gabinetto che aveva portato con sé da Milano ha deciso di spingere il detonatore con una serie di dimissioni a catena. Un uno-due, veloce e rapido. Simile a certe flessioni che  servono a scaricare la tensione.

Un parere all’ANAC sull’incompatibilità della delega attribuita a Minenna per le società partecipate del Comune era quindi in arrivo e avrebbe potuto togliere potere a Minenna. Un parere che sarebbe stato pubblicato su Facebook per giustificare l’improvvisa e selettiva passione per la trasparenza della sindaca (ma tutte queste domande non avrebbe dovuto farsele prima di nominare la gente?) che nasconde una guerra sotterranea tra poteri. Il Raggio Magico, ovvero i fedelissimi della Raggi (tra cui spicca per onestà intellettuale il vicesindaco Daniele Frongia: «Cinque dimissioni? Non c’è nessuna crisi in Campidoglio, c’è trasparenza!»), contro i tecnici che volevano diventare classe dirigente con il M5S come Minenna, amico di Luigi Di Maio e Carla Ruocco, vicino a Milena Gabanelli, apprezzato in CGIL. E proprio il Sole 24 Ore, che Minenna aveva già scelto come organo di comunicazione insieme al Corriere, racconta questo particolare che manca a tutti gli altri giornali:

Con la decapitazione dei vertici di Atac e Ama, rischia una pesante battuta d’arresto la rivoluzione annunciata da Virginia Raggi sin dalla campagna elettorale: quella sui trasporti e sui rifiuti, «i temi più sentiti dai romani». Ma anche, più in generale, quella sulle partecipate di Roma Capitale: una nebulosa che costa al comune 1,67 miliardi (cifra certificata dal commissario Francesco Paolo Tronca, da cui è esclusa Acea, multiutility dell’acqua e dell’energia detenuta al 51% perché quotata in borsa) intorno alla quale gravitano posti di lavoro, servizi e interessi. A pesare per più dell’80% su questo bilancio sono proprio trasporti e gestione dei rifiuti con Atac che assorbe 609,7 milioni e Ama 834,7 milioni. Al dossier si era messo subito al lavoro l’ormai ex assessore a Bilancio, patrimonio e partecipate, Marcello Minenna, che aveva sfornato insieme alla capo di gabinetto Carla Romana Raineri il primo tassello del cambiamento: la riforma della governance, con l’addio ai Cda e il passaggio per tutte le società all’amministratore unico, affiancato, ove fosse servito, da un direttore generale.
Avrebbe dovuto andare in giunta la scorsa settimana, ma era slittata. I dissidi interni già serpeggiavano, la sindaca aveva chiesto approfondimenti tecnici. Dopo la governance, come anticipato al Sole 24 Ore, Minenna aveva intenzione di procedere a dismissioni, sinergie per realizzare economie di scala e accorpamenti per aree funzionali: trasporti, rifiuti, incassi e cultura. Ieri Minenna ha diffuso una sintesi degli interventi effettuati e in cantiere, tra cui quello di chiudere gli sportelli Equitalia per trasformare Aequa Roma nell’azienda deputata alla gestione della riscossione in house. Ora viene meno la regìa politica, con effetti a catena.

Flangar, non flectar. Mi spezzo, ma non mi piego.

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