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M5S, la regola dei due mandati va in pensione?

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Alessandro Di Battista alla festa del Fatto manda idealmente in pensione la regola dei due mandati per il MoVimento 5 Stelle. Lo fa spiegando che “noi abbiamo sempre interpretato la regola dei due mandati come massimo dieci anni nelle istituzioni. Io dopo uscirò comunque dal Palazzo, magari mi metterò a scrivere come Massimo Fini, ma continuerò a fare politica”. Cosa vuole dire “Massimo dieci anni” nelle istituzioni? Per capirlo bisogna comprendere il contesto.

M5S, la regola dei due mandati va in pensione?

La domanda fatta da Peter Gomez sul palco del Fatto era: e se la prossima legislatura, magari senza un vincitore chiaro, dovesse interrompersi presto? Secondo le regole, Di Battista non potrebbe più candidarsi. E invece no, perché secondo l’interpretazione di Di Battista “due mandati” significa “due mandati pieni”, ovvero dall’inizio alla fine di ciascuna legislatura. “Dieci anni nelle istituzioni”, dice Di Battista, e pazienza se questo significa invece fare tre mandati invece che due, negando il motto di Gianroberto Casaleggio: “Ogni volta che deroghi a una regola, la cancelli”.
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Una notizia che verrà accolta con gioia anche a Roma, dove Daniele Frongia, Enrico Stefàno, Marcello De Vito e soprattutto Virginia Raggi hanno interrotto anzitempo la consiliatura quando era sindaco Ignazio Marino e quindi hanno diritto ad un altro giro di giostra, anche se non completo ma di altri due anni e mezzo. E la “riforma” interpretativa di Di Battista apre anche a interessanti problematiche sostanziali: se la regola dei due mandati in realtà si interpreta come “massimo dieci anni”, allo scoccare del decimo anno il consigliere o il parlamentare eletto per tre volte si deve dimettere? E se per caso è un sindaco in carica, che fa? Fa cadere il consiglio e la Giunta? E infine: come si concilia la nuova interpretazione con le parole del blog: “I nostri portavoce continueranno a fare un massimo di due mandati elettivi e poi torneranno a fare il lavoro che facevano prima”?

M5S, Di Battista candidato?

E le novità per il M5S non sembrano essere finite. “Io non credo che ci sarà una sola candidatura”, ha detto il deputato sulla corsa per la candidatura a premier all’interno di M5S. “A breve saprete quel che deciderò”, ha aggiunto rispondendo a una domanda sul suo futuro da parte di Peter Gomez alla festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta (Lucca). “Vuol dire che saprete a tempo dovuto quel che deciderò”, ha risposto Di Battista a Gomez che sorridendo diceva “vuol dire che si candiderà”. Anche qui le parole del movimento della trasparenza vanno interpretate: a una ventina di giorni dal voto finale il blog di Beppe Grillo non ha ancora reso note le regole per la candidatura alle parlamentarie né chiamato al voto su Rousseau.

Una situazione che forse può dipendere dai problemi di sicurezza resi noti dopo gli attacchi degli hacker. Ma che non permette di sapere se, ad esempio, la candidatura per il premier del M5S seguirà le regole del Metodo Genova, che porterebbe il candidato a presentare una sua squadra di persone che appoggiano la sua candidatura, escludendo chi ha fatto la competizione contro di lui. Una formula di difficile applicazione alle elezioni politiche se non altro per l’alto numero di candidati ma che avrebbe il pregio di escludere direttamente dal parlamento la minoranza interna e chi è in dissenso con Di Maio. Per adesso queste sono solo ipotesi. C’è però una certezza: Di Battista ha sempre presentato Di Maio come il candidato naturale del M5S a Palazzo Chigi. Questo significa che lui potrebbe ritirarsi e convogliare i suoi voti su Di Maio garantendogli una vittoria bulgara contro qualunque competitor. Come ha fatto Daniele Frongia con Virginia Raggi alle comunarie romane. E pazienza se l’esempio finora non ha portato tanta fortuna.