Opinioni

Il M5S odia Cerroni (ma allora perché gli ha chiesto aiuto)?

Il lunghissimo post ospitato sul sito di Beppe Grillo e a firma del MoVimento 5 Stelle Roma oggi è un capolavoro di dissimulazione. Nel post, che esce dopo le molte polemiche riguardo Cerroni e il suo ruolo nell’incontro segreto del 30 giugno scorso per l’emergenza rifiuti a Roma, si sottolineano tutte cose vere, verissime. Ma si dimentica clamorosamente di toccare l’argomento principe: stigmatizzando la vergognosa politica sui rifiuti che tutti i partiti, negli anni, hanno tenuto andando a ingrassare Malagrotta, il partito della trasparenza omette di spiegare perché, se Cerroni è quello che è, il M5S ha stipulato un patto con la sua azienda.

Le stesse amministrazioni e forze politiche, dal centrodestra al centrosinistra, che oggi blaterano fantomatiche vicinanze del M5S a Cerroni. Noi, che siamo stati i soli a fargli una guerra senza sosta. Il suo monopolio a Roma ha infatti nomi e cognomi tra i vecchi baroni della politica.
A partire dagli anni ’80, in cui Cerroni è vicino al Psi di Cicchitto (oggi Ncd), ma finanzia tutti i partiti e fa accordi con Ama e Acea, fino alla giunta laziale Polverini (centrodestra) che arriva a presentare dossier copiati pari pari dai documenti di Cerroni, e alla sinistra di Marrazzo, che nel 2008 progetta ben 4 inceneritori nella provincia di Roma, tutti a firma Cerroni. L’area cosiddetta “ambientalista” del PD, poi, gli dà sempre ampio credito: Rutelli, Realacci, Fioroni, non hanno problemi ad affidarsi al re dei rifiuti e ci vanno d’amore e d’accordo per vent’anni. Cerroni definirà Rutelli “il miglior sindaco”.
Politica e partiti, tutti, continuano per decenni a credere alla “vision” da dopoguerra di Cerroni, mentre contemporaneamente si susseguono denunce, arresti, processi per associazione per delinquere e traffico di rifiuti. Processi che coinvolgono politici, dirigenti, amministratori pubblici, persino prefetti, una rete in cui non manca mai nessun pesce grosso.
Il sistema Cerroni, in vigore dall’epoca di “poveri ma belli”, si basa sul mantra caro alla Thatcher: There Is No Alternative, “non c’è alternativa”, ed è il succo delle letterine che Cerroni invia regolarmente ad ogni sindaco appena insediato. “Stai in campana”, così potremmo invece tradurre il cortese avvertimento, perché a Roma o chiami Cerroni o finisci sepolto dalla monnezza. Tutti i partiti hanno sempre prontamente ottemperato, e parecchi anche molto volentieri.
Ma oggi il 1959 è lontano, la dissennata gestione inquinatrice dei rifiuti anche, e i sistemi di collusione, ricatti e mazzette a Roma, col M5S, sono finiti. Che i partiti e Fortini, più impegnato a parlare alla stampa che a fare il suo lavoro in Ama, si affrettino a capirlo, e Cerroni con loro.

stefano vignaroli grillini cerroni
In tutto il post infatti non si fa un cenno, nemmeno per sbaglio, a quanto accaduto il 30 giugno 2016. Quel giorno in via Aurelio Saffi 70, sede dello studio di architettura di Giacomo Giujusa, all’epoca assistente parlamentare del deputato Stefano Vignaroli e oggi assessore all’Ambiente ed ai Lavori pubblici del XI Municipio, si sono incontrati il presidente del Consorzio Laziale Rifiuti Candido Saioni, lo stesso deputato e la non ancora nominata assessora all’Ambiente Paola Muraro oltre al presidente dell’AMA Daniele Fortini.  Al Colari, l’azienda di Cerroni è stato esplicitamente chiesto di farsi carico di 200 tonnellate di rifiuti indifferenziati in più al giorno da trattare negli impianti di Malagrotta. E qualche giorno dopo sul gruppo facebook del quartiere Massimina Vignaroli scrisse:

«Le 200 tonnellate in più (sempre entro i limiti previsti dalle autorizzazioni) son servite per affrontare il picco dei rifiuti e la pulizia straordinaria in previsione anche dello sciopero che per fortuna è saltato», scrive il deputato l’11 luglio. «E sappiate che la storia dei 200 in più potevamo benissimo tacerla visto che è di facile strumentalizzazione, invece ci tengo alla trasparenza e non abbiamo nulla da nascondere… Immaginate quanto mi sia costato andarlo a chiedere al Colari» (Giovanna Vitale, Repubblica Roma, 21 luglio 2016).

Perché di una spiegazione per tutto questo (che ci vuole poco a indovinare: per pragmatismo, visto che era l’unica soluzione in fase di pre-emergenza) non c’è traccia in un post in cui si ricorda giustamente che Cerroni è “cosa loro”? Per dirla con le parole di Sebastiano Messina su Repubblica del 21 luglio scorso:

I Cinquestelle hanno sempre considerato il nemico pubblico numero uno Manlio Cerroni, “l’imperatore della monnezza”, padrone della megadiscarica di Malagrotta. Il leader dei suoi contestatori era il deputato romano Stefano Vignaroli, che arrivò ad accamparsi in tenda davanti alla discarica, e quando Cerroni fu arrestato prese la parola a Montecitorio per chiedere che la stessa sorte toccasse a chi faceva affari con lui. Ebbene, dopo l’insediamento della Raggi, è stato proprio Vignaroli a rivolgersi alla società di Cerroni, il Co.la.ri (Consorzio Laziale Rifiuti) per chiedere lo smaltimento di 200 tonnellate di rifiuti. E dopo aver ottenuto il sì, se n’è anche vantato su Facebook: «Immaginate quanto mi sia costato, andarlo a chiedere al Co.la.ri!». Gli sarà costato tanto, però l’ha fatto.

E visto che lo ha fatto, perché il M5S Roma non ne spiega i (sicuramente nobili) motivi? Perché così dovrebbe ammettere di essere sceso a patti con il Male Assoluto? O perché così si potrebbe capire che anche questa è politica?

Alessandro D'Amato

Il direttore di neXt Quotidiano