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«Luigino D'Angelo aveva la tessera di Cgil e PD»

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Dopo la notizia della morte di Luigino D’Angelo giornali e giornalisti si tuffano nella storia del pensionato 68enne di Civitavecchia che si è ammazzato dopo aver perso 110mila euro con le obbligazioni subordinate di Banca Etruria. Il Fatto Quotidiano, in un articolo a firma di Loredana De Cesare, fa sapere che l’uomo era stato per tanto tempo un tesserato del Partito Democratico:

Il ritratto di questa famiglia serena s’infrange 24 ore dopo, quando il 68enne Luigino d’Angelo s’impicca nelle scale della sua villetta a due piani. Ormai ne è convinto: non rivedrà i 110mila euro investiti in Banca Etruria. Matura la decisione dopo il decreto salva banche firmato da Matteo Renzi. E proprio come il premier, si scopre oggi, si chiama uno dei pronipoti sparsi per l’Italia. Luigino, peraltro, era stato a lungo un tesserato Pd. Un uomo normale.
Una villetta a due piani, dove ha lasciato sua moglie Lidia, che oggi rimpiange persino di non averlo fermato quando la rabbia gli montava incorpo e pensava di tornare in banca per urlare le sue ragioni. Chissà, è il rimpianto di Lidia, se sfogarsi non l’avrebbe aiutato a liberarsi di quel mostro che cresceva dentro, che lo divorava sempre di più, fino a portarlo al gesto estremo del suicidio.
 

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La prima pagina di Libero su Luigino D’Angelo, il pensionato di Civitavecchia

Fabrizio Roncone sul Corriere invece sente la moglie e racconta particolari della vita dell’uomo:

Il riassunto delle dichiarazioni di Lidia D’Angelo è questo: «Tutto è cominciato a giugno, quando la banca convocò mio marito, spiegandogli che il suo profilo non era più adeguato al suo investimento: non so come, lo convinsero a passare da un profilo a «basso rischio» ad un profilo ad «alto rischio». Gli hanno fatto mettere un sacco di firme su un sacco di fogli. Lui, ad un certo punto, è stato assalito dal sospetto di essere stato incauto: ma quelli gli risposero che ormai aveva firmato e non poteva più tornare indietro. Abbiamo trascorso un’estate infernale. L’idea di ritrovarsi tutti i risparmi in una posizione di pericolo lo tormentava. Il decreto del governo è stata la mazzata finale. Luigino ha scoperto di aver perso tutto in un pomeriggio. È difficile dire se si sia tolto la vita o se, piuttosto, sia stato ucciso. I responsabili della sua morte sono in tanti. Non perdono chi ha scritto quel decreto, chi l’ha approvato, chi l’ha applicato. Qualcuno deve pagare».
Luigino D’Angelo è sempre stato un uomo di sinistra. «Per anni è stato iscritto alla Cgil», ricorda con passo struggente Alberto Leopardo, che fu suo segretario sindacale e che è padre di Enrico, il responsabile del Pd locale. «Le ragioni del suicidio di Luigino le conoscevamo tutti da giorni in città… Ma sono state rese note solo dopo due settimane. Curioso, no?». Il nipote preferito del signor Luigino si chiama Adriano Renzi (cognome qui a Civitavecchia assai diffuso: un po’ meno il nome che Adriano ha dato a suo figlio, Matteo).

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