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Lockdown: il piano per le mini zone rosse

alessandrodamato|

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C’è un piano del governo per le mini zone rosse se i contagi da Coronavirus Sars-CoV-2 non dovessero fermarsi a breve. E prevede che in caso di incremento forte dei casi positivi non si vada verso un lockdown ma una chiusura selettiva nelle zone in cui non è possibile controllare la circolazione del virus.

Lockdown: il piano per le mini zone rosse

D’altro canto la decisione di imporre un nuovo lockdown potrebbe mettere il governo in grave difficoltà nei confronti dell’opinione pubblica, e proprio per questo sia il ministro della Salute Roberto Speranza che la sottosegretaria Sandra Zampa oggi nelle dichiarazioni ai quotidiani smentiscono la possibilità. Ma qualcosa si dovrà pur fare, come spiega oggi il Messaggero, se i contagi tornano a salire:

Ad oggi dal Ministero della Salute, ma anche dagli esperti del Comitato tecnico scientifico, il piano di risposta  all’incremento oggettivo di infezioni non prevede il ricorso al lockdown. Non vi sono le condizioni e, d’altra parte, neppure nazioni vicine che hanno il quadruplo di infetti giornalieri dell’Italia, hanno previsto una misura tanto drastica. E allora? Esclusa, quanto meno con i ritmi di crescita attuali, la chiusura dei confini di una intera regione, come ha ipotizzato l’altro giorno il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, a cui ieri è arrivato il secco “no, grazie” di Bonaccini (Emilia-Romagna) e Toti (Liguria), ma anche del governo. La formula semmai è quella della vigilanza costante del territorio, con la delimitazione di zone rosse, senza perdite di tempo, quando ve ne sia la necessità.

Significa che si chiude un’intera città? No. Il territorio interessato è molto più limitato, anche perché altrimenti sarebbe meno efficace la risposta. Si può ipotizzare un paese (come successe a Nerola nel Lazio e Medicina in Emilia-Romagna, per fare due esempi tra i tanti), un centro residenziale, un’area industriale (in Germania per l’incremento dei cont agi chiusero la zona dei macelli). Quanti contagi servono per fare scattare questa procedura? Non è necessariamente un calcolo matematico, ma contano le caratteristiche del focolaio. In queste ore era stata ipotizzata una zona rossa a Santi Cosma e Damiano, piccolo paese del sud Pontino, in provincia di Latina. Ma si è capito che non è necessaria. Può essere un caso emblematico: ha 6.500 abitanti, un indice prevalenza di 30 casi ogni 10.000 persone, dunque alto. Ma poiché le due famiglie con i 20 contagiati sono state già individuate e isolate, la zona rossa non ci sarà.

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Coronavirus: il bollettino del 22 agosto

E quindi non conteranno tanto i numeri ma le caratteristiche del focolaio: se si riesce a isolarlo e l’indagine epidemiologica riporta risultati, tanto meglio. Altrimenti c’è, come extrema ratio, la chiusura.

Riusciranno le Regioni a essere organizzate a un tipo di intervento quasi chirurgico? Questo è il nodo, anche perché c’è un altro problema. Per ora, anche con mille casi al giorno, tutti i focolai rilevati sono sotto controllo.Ma se ci dovesse essere una moltiplicazione dei positivi quando andrebbe in sofferenza il sistema? Se da mille casi al giorno arriveremo a 4.000, come paesi vicini a noi (vedi la Francia), allora sarebbe meno semplice controllare tutti i rivoli dell’epidemia. Per questo, spiegano tutti gli  esperti, non basta dire: i nuovi casi che troviamo sono asintomatici, gli ospedali non sono in sofferenza, non dobbiamo preoccuparci. La capacità di arginare l’aumento degli infetti, senza misure drastiche, passa anche dalla urgenza di mantenere più bassa possibile la curva dei contagi.

Una cosa è avere a che fare con 100 casi, che presumibilmente portano a un solo ricovero in terapia intensiva, un’altra averne 10.000 mila, dunque con 100 posti occupati nel reparto con i pazienti più gravi. Ma ci sarà lo stop degli spostamenti da una regione all’altra? Ad oggi non appare una misura imminente e utile. Abbiamo una differente geografia del contagio che sconsiglia questo tipo  di contromisura: a marzo e aprile la circolazione del virus avveniva, al 90 per cento, in quattro regioni del Nord, e aveva senso evitare gli spostamenti. Oggi la situazione è mutata, dunque più che a interventi su macro aree, l’attenzione del piano del governo e le indicazione del Comitato tecnico scientifico, guardano a un controllo capillare del territorio.

Le curve dei contagi e il ruolo degli asintomatici

D’altro canto, come spiega oggi La Stampa, è vero che ieri i contagi hanno superato la quota psicologica di mille al giorno, ma è anche vero che nel frattempo la quota di ricoverati con sintomi e le terapie intensive riportano numeri nemmeno paragonabili a quando l’epidemia stava facendo una strage in Italia. E questo perché  «Quella che riuscivamo a vedere a marzo non è la stessa  fotografia di oggi – afferma Pierluigi Lopalco, ordinario di igiene all’Università di Pisa e a capo della task force della Regione Puglia per l’emergenza Covid -. Tra le nuove diagnosi, ci sono soprattutto pazienti asintomatici o con sintomi molto blandi. Questo non vuol dire che l’evoluzione di questi casi possa essere trascurata, ma la situazione è completamente diversa rispetto allo scorso inverno. Oggi riusciamo a mettere a nudo l’innesco della curva esponenziale, quella parte di iceberg che nei mesi scorsi è rimasta a lungo sommersa».

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Coronavirus: le curve dei contagi (La Stampa, 23 agosto 2020)

È dunque uno scenario nuovo quello a cui l’Italia si trova di fronte in questa coda di estate. Evidente è la riduzione della mortalità, dovuta almeno a tre fattori. A riassumerli è Giovanni Parrella, direttore dell’unità operativa di malattie infettive a indirizzo respiratorio dell’ospedale Cotugno di Napoli. «Il drastico abbassamento dell’età media dei nuovi contagi, le condizioni meteorologiche sfavorevoli per la diffusione del virus e un miglioramento delle gestione terapeutica». A questi occorre aggiungere una più capillare ricerca degli infetti, a partire dagli italiani che rientrano dai quattro Paesi a rischio (Spagna, Grecia, Croazia e Malta) e vengono sottoposti al tampone negli aeroporti. Un aspetto, quest’ultimo, cruciale nella lotta al Covid-19. Così facendo, infatti, si rilevano  subito le nuove positività, si permette di trattare i pazienti fin dalle prime battute e, attraverso l’isolamento, si impedisce di favorire la propagazione virale.

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