Economia

Lo scandalo dell'olio d'oliva extravergine che non lo era

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La storia dell’olio d’oliva che non era extravergine comincia nel maggio scorso, quando la rivista Test (ex Salvagente) pubblica i risultati di un’analisi dell’Agenzia delle Dogane su prodotti in commercio di Carapelli, Santa Sabina, Bertolli gentile, Coricelli, Sasso, Primadonna (confezionato per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin), oli prodotti in Toscana, Abruzzo e Liguria. E subito dopo tutti i documenti finiscono alla magistratura di Torino, che decide di ripetere i test. Dai risultati delle analisi a campione, affidate ai carabinieri del Nas dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, l’extravergine di oliva indicato sulle etichette, sarebbe solo olio «vergine», meno pregiato e, soprattutto, meno costoso per i produttori, ma non per i consumatori che spenderebbero, invece, il 30% in più.

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Foto dalla rivista Il Test (maggio 2015)

Lo scandalo dell’olio d’oliva

I campioni sono stati sottoposti tanto all’esame organolettico del panel test (colore, dimensione, forma, sapore, odore e tessitura), quanto all’esame chimico (composti e acidità) per verificare il rispetto dei parametri normativi. Sette oli su 20 sono stati bocciati all’esame organolettico, in quanto non conformi ai parametri richiesti e, considerato che per legge un extravergine non può presentare attribuzioni negative, sono stati declassati a semplici vergini.  Le verifiche del laboratorio delle Dogane risalgono allo scorso mese di maggio, così come la segnalazione di Il Test alla procura di Torino. A questo punto arriva l’indagine per frode in commercio e l’accusa di Guariniello. Prima della rivista era stato Tom Mueller nel libro “Extraverginità” a infondere dubbi sull’olio made in Italy, come racconta oggi il Corriere della Sera:

In realtà, prima ancora di Il Test, dubbi sull’autenticità di alcuni extravergine, erano stati espressi dal giornalista e blogger americano Tom Mueller nel libro «Extraverginità». Mueller, che dal 2007 vive in Liguria, ha indagato sulle frodi di uno dei prodotti più noti del made in Italy e al suo lavoro si sarebbe ispirato il New York Times per realizzare 15 tavole grafiche intitolate «Il suicidio dell’extravergine». Nel volume, pubblicato da Edt con la prefazione di Milena Gabanelli, analizzando le frodi sul vino sull’olio, il blogger scrive: «Gli effetti del vino su di noi sono chiari e repentini, mentre l’olio lavora sul corpo per vie nascoste, lente, e indugia nelle cellule e nella mente come i miti. Il vino è l’allegro Dioniso; l’olio è Atena, solenne, saggia e irriconoscibile. Il vino incarna la vita che vorremmo, ma l’olio rappresenta la vita così com’è: fruttata, pungente e con una sfumatura d’amarezza complessa — la triade sfuggente dell’extravergine».

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La copertina della rivista Test di maggio che annunciava lo scandalo dell’olio d’oliva

L’olio extravergine d’oliva in Italia

Sono le direttive e i regolamenti dell’Unione Europea a stabilire le proprietà dell’olio e la relativa classificazione. In generale l’olio extravergine di oliva ha un tasso di acidità pari o inferiore allo 0,8% ed è ottenuto attraverso l’estrazione con l’impiego di soli metodi meccanici. L’olio di oliva vergine è sì ottenuto sempre con metodi meccanici, ma ha un tasso di acidità che oscilla tra lo 0,9 e il 2%. In Italia è la Puglia la regione che produce più olio (119.400 tonnellate nel 2014), seguita da Calabria e Sicilia.

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L’olio d’oliva extravergine in Italia (Corriere della Sera, 11 novembre 2015)

Nascono dall’anno “orribile” della produzione d’Olio, nel 2014 “ridotta al lumicino”, gli accertamenti de Il Test, il mensile dei diritti dei consumatori che con il suo esposto ha portato la Procura di Torino a indagare sul presunto falso Olio extravergine di alcune primarie aziende del settore. “Proprio la scarsa produzione, ci ha fatto venire la tentazione di vedere se qualche azienda – spiega all’ANSA il direttore della rivista, Riccardo Quintili – era caduta in tentazione e aveva comperato Olio da altre parti”. “Abbiamo scelto il laboratorio dell’Agenzia delle Dogane – prosegue – perché è il più affidabile e autorevole”. Il risultato è stato inequivocabile: “Nove oli su 20 erano stati bocciati all’esame organolettico e, quindi, non si sarebbero dovuti chiamare extravergine. Non è un problema di salute, ma di correttezza nei confronti dei consumatori – sottolinea – oltre che di prezzo”. Di qui l’esposto – uno per ogni etichetta – al pm Raffaele Guariniello, “il più dinamico e preparato del settore – sostiene il direttore de Il Test – che ha fatto ripetere i test, con gli stessi risultati”. ”Occorre fare al più presto luce per difendere l’olio, un settore strategico del Made in Italy con l’Italia che è il secondo produttore mondiale di olio di oliva dopo la Spagna con circa 250 milioni di piante su 1,2 milioni, con un fatturato del settore è stimato in 2 miliardi di euro con un impiego di manodopera per 50 milioni di giornate lavorative”, afferma la Coldiretti nel commentare l’indagine condotta dal procuratore di Torino, Raffaele Guariniello, che vede sette grandi marchi dell’olio, alcuni recentemente acquisiti da gruppi stranieri, accusati di aver messo in vendita come extravergine quello che in realtà era semplice olio di oliva, meno pregiato. ”A favorire le frodi – secondo Coldiretti – è il record di importazioni con l’arrivo dall’estero nel 2014 di ben 666 mila tonnellate di olio di oliva e sansa, con un aumento del 38 per cento rispetto all’anno precedente. L’Italia – continua la Coldiretti – è però anche il primo importatore mondiale di oli di oliva che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri. Un comportamento che favorisce le frodi che vanno combattute anche con l’applicazione della disciplina del settore. Occorre denunciare – afferma infine Coldiretti – una diffusa disapplicazione delle norme che si estende poi al mancato contrasto nei riguardi dei marchi ingannevoli che inducono spesso in errore i consumatori che non sono in grado di conoscere esattamente cosa portano a tavola”.

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