L’ex presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, e l’ex membro del Consiglio di amministrazione, Luciano Nataloni, sono accusati dalla Procura di Arezzo di «omessa comunicazione di conflitto d’interessi». I due avrebbero sfruttato il loro ruolo per ottenere finanziamenti

Alessandro D'Amato

L’ex presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, e l’ex membro del Consiglio di amministrazione, Luciano Nataloni, sono accusati dalla Procura di Arezzo di «omessa comunicazione di conflitto d’interessi». I due sono accusati di aver sfruttato il ruolo che avevano all’interno dell’istituto a fini personali e di averlo fatto per ottenere finanziamenti che non avrebbero potuto ottenere altrimenti. Questa parte di inchiesta si affianca agli altri due filoni. Il primo sull’ostacolo alla vigilanza, che risale al marzo 2014 e trae origine dalla relazione degli ispettori della Banca d’Italia del 2013 e il terzo sulle false fatturazioni datato primavera 2014. Per quanto riguarda le vicende di queste settimane, attualmente non sono arrivati sul tavolo del procuratore Roberto Rossi esposti da parte di ex obbligazionisti, tranne uno di Adusbef che probabilmente sarà inviato a Roma per competenza. Già da domani, tuttavia, altre associazioni dei consumatori sarebbero intenzionate a presentare esposti in procura.

L’indagine su Banca Etruria

Secondo fonti vicine alla procura di Arezzo, l’inchiesta ipotizza il conflitto di interesse anche a carico di altri ex membri del cda dell’istituto bancario aretino che avrebbero ricevuto fondi per 185 milioni formalmente deliberati di cui ne sarebbero stati erogati realmente 140 a vantaggio di 18 ex amministratori, 15 consiglieri e 5 sindaci revisori. Sta invece arrivando alla conclusione il filone che ipotizza il reato di ostacolo alla vigilanza e, il procuratore Roberto Rossi, che coordina tutti e tre i filoni di indagine, dovrebbe chiuderla nei prossimi giorni chiedendo il rinvio a giudizio per Giuseppe Fornasari ex presidente, Luca Bronchi ex direttore generale e David Canestri, dirigente centrale. Chiuso invece il terzo filone sulle false fatturazioni che vede indagati ancora Giuseppe Fornasari, Luca Bronchi e l’ultimo presidente prima del commissariamento Lorenzo Rosi, attualmente però sono stati notificati solo gli avvisi di chiusura ma non ci sono richieste di rinvio a giudizio. Le indagini sono portate avanti tutte dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Arezzo. Spiega oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:

Le contestazioni del procuratore Roberto Rossi a Rosi e Nataloni si rifanno alla relazione di Bankitalia che nel febbraio scorso decise il commissariamento di Etruria. E si riferiscono al periodo che va dal 2013 al 2014, quando vicepresidente era Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle Riforme Maria Elena. In particolare nel dossier degli ispettori di Bankitalia veniva evidenziato come pratiche di finanziamento per 185 milioni
si siano svolte in situazioni di «conflitto d’interesse» generando 18 milioni di perdite. E subito dopo si parlava del ruolo di Rosi e di due pratiche di finanziamento intestate a Nataloni: una da 5,6 milioni di euro riguardante la società «Td Group» finita in sofferenza, una da 3,4 milioni di euro senza però l’indicazione dell’azienda. Quanto basta — secondo l’accusa — per procedere per «omessa comunicazione del conflitto di interessi» in relazione all’articolo 2391 del codice civile che riguarda proprio gli «interessi degli amministratori».

Proprio in questi giorni il nome di Rosi è finito al centro di una polemica tra il consigliere di Fratelli d’Italia e la famiglia Renzi:

Il politico toscano sostiene che, dopo il commissariamento, l’ex presidente di Etruria con la sua Nikila Invest è diventato socio della Party srl, l’azienda che fa capo a Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio, ed è impegnata nella costruzione di outlet. Un’attività alla quale si dedica anche Nataloni ed è proprio questo ad avere suscitato interesse negli investigatori. I Renzi hanno smentito, ma ieri il politico toscano ha reso note le visure camerali confermando l’intreccio societario. La relazione di Bankitalia contestava un «buco» di circa tre miliardi di euro. E proprio per cercare di ripianare le perdite sarebbero state emesse le obbligazioni subordinate diventate carta straccia dopo il decreto firmato due settimane fa dal governo proprio per salvare Etruria e altre quattro banche. Bankitalia ha fatto sapere, pur specificando di non aver alcun potere di veto, di aver sconsigliato la vendita ai piccoli risparmiatori.

Gli esposti dei consumatori

Per domani Federconsumatori e Codacons hanno già annunciato la presentazione di un esposto alla procura di Arezzo a tutela degli obbligazionisti. Federconsumatori, che ha annunciato iniziative analoghe anche a Roma e a Milano, chiede ai magistrati di vederci chiaro sulle attività “dei recenti Consigli d’amministrazione, management e Collegi sindacali di Banca Etruria”. La traccia implicitamente suggerita dalle associazioni dei consumatori è quella di verificare se vi siano stati profili di truffa e di appropriazione indebita da parte degli istituti nei confronti degli obbligazionisti. Codacons punta l’attenzione sull’ipotesi del reato di truffa. Un’altra organizzazione dei consumatori, Adusbef, aveva del resto già presentato un proprio esposto chiedendo proprio chiesto di verificare la sussistenza dei reati di truffa e appropriazione indebita e l’omessa vigilanza. Almeno per quest’ultimo reato la procura di Arezzo, secondo quanto appreso, dovrebbe ‘girare’ l’esposto a quella di Roma che, secondo quanto reso noto ieri da Adusbef Federconsumatori, i pm avrebbero già aperto un’inchiesta sull’operato di Bankitalia. Bankitalia e Consob sapevano dal 2013 dei rischi che stavano correndo i risparmiatori di Carife, “perché i due enti erano stati informati dal Codacons – riferisce lo stesso Codacons – attraverso un apposito esposto, in cui si chiedevano chiarimenti in merito all’attività di vigilanza e tutela del risparmio relativamente all’aumento di capitale per 150 milioni di euro avvenuto nel 2011”. Esposto “rimasto tuttavia lettera morta”. E però probabile che il procuratore aretino Roberto Rossi attenda di raccogliere altri esposti ed altri elementi prima di dare eventualmente il via ufficiale ad una inchiesta sulle altre ipotesi di reato. In questo caso si tratterebbe del quarto filone aperto dai magistrati aretini nei confronti dell’ex management di Banca Etruria.

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Alessandro D’Amato

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