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Libia, come Haftar sta facendo litigare Russia e Stati Uniti

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Le immagini dell’aeroscafo della Marina militare statunitense con a bordo i militari che pian piano lasciano le coste di Gianzur, periferia ovest di Tripoli, alzando pennacchi di acqua dietro di sé, aprono incognite nel variegato mosaico libico, uno dei più complicati e più intrigati nel panorama mediterraneo. Non è chiaro se e quando le truppe del comandante Thomas Waldhauser, capo del contingente africano della Marina Statunitense, torneranno in Libia e dove siano dirette e se o quanti soldati americani siano ancora “boots on the ground”, presenti sul territorio libico. “Le realtà della sicurezza sul terreno della Libia stanno diventando sempre più complesse e imprevedibili”, ha spiegato Waldorf. Nonostante ciò, “con l’adeguamento della forza, continueremo a rimanere agili a supporto della strategia statunitense esistente”.

Libia, Haftar sta facendo litigare litigare Russia e Stati Uniti

Non è un addio. Semmai un arrivederci. Almeno è quello si paventa dagli Stati Uniti. Per anni Washington ha fornito sostegno militare e di intelligence per la sicurezza della regione nord africana, rappresentando uno dei baluardi fondamentali nel lungo processo di pace che ha logorato la Libia durante gli otto anni dalla caduta di Muhammar Gheddafi ad oggi. Un processo passato per la liberazione di Derna e Sirte, ma anche per la morte dell’ambasciatore statunitense John Christopher Stevens l’11 settembre 2012. Anni duri, che hanno portato alla liberazione del popolo libico, poi ripiombato in una seconda guerra civile, tuttora in atto, nonostante i buoni propositi lanciati dai contendenti, Khalīfa Ḥaftar e Fāyez Muṣṭafā al-Sarraj, l’uomo forte della Cirenaica e braccio armato del governo di Tobruk, e il premier di Tripoli, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, Stati Uniti compresi. Oggi Sarraj appare sempre più all’angolo, nonostante sia sostenuto da una trentina di milizie legate al muftì Sadik Al Gariani, l’imam che ha lanciato la guerra santa contro Haftar e che fa capo ai ”Fratelli Musulmani”, oltre alle sempre temibilissime truppe di Misurata, che vedono nella prepotenza militare di Haftar un dejavù del Colonnello Gheddafi, il dittatore che per anni ha dominato lo scenario politico continentale. Sarebbe proprio il timore che Sarraj venga “controllato dalla milizie” che lo abbiano indotto a violare l’accordo sulla Libia a portare alle dimissioni il vice premier Ali Al-Qatrani, un pezzo molto importante del governo di Tripoli.

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Estos niños están entre los tantos millones de afectadas por la inestabilidad en #Libia.⁣ ⁣ Un reciente incremento de la violencia en Trípoli y sus alrededores ha provocado el desplazamiento de más de 2.800 personas. También, los servicios de emergencia no pueden llegar hasta los necesitados, además de que la infraestructura básica está dañada. ⁣ ⁣ La escalada de hostilidades implica, a su vez, mayor sufrimiento y miseria para los refugiados y migrantes que se encuentran en centros de detención ubicados en zonas de conflicto. ⁣ ⁣ La Oficina de la ONU para la Coordinación de Ayuda Humanitaria (OCHA) urgió a la comunidad internacional a tomar medidas para la seguridad de los civiles y para garantizar acceso a todas las áreas afectadas sin impedimentos para distribuir ayuda humanitaria. ⁣ ⁣ 📸: @UN_OCHA/Giles Clarke⁣ #ConLosRefugiados #ObjetivosMundiales

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A ben vedere il ritiro delle truppe statunitensi ha una sua logica. Dietro Sarraj, è noto, Turchia e il Qatar serrano le fila, premurosi di tenere salda la presa su Tripoli, nei cui palazzi del potere giungono gli introiti delle esportazioni petrolifere. Ma sia il Qatar, sia la Turchia non fanno parte della nutrita schiera degli “amici” degli Stati Uniti. O meglio dire, pardon, la Turchia, formalmente sì, visto che fa parte della Nato, il patto transatlantico di difesa che dalla fine della seconda guerra mondiale raggruppa le forze antisovietiche. Ma nei fatti nì, visto che è dal 2003, dalla crisi di Incirlik che le relazioni tra Ankara e Washington sono in fase calante, riacutizzatesi poi con il presunto colpo di stato del 2016, con la crisi del dinaro e la questione curdo-siriana infine. Ankara è anche sempre più vicina alla Russia,come hanno dimostrato le polemiche seguite all’acquisto dalla del sistema anti-missilistico S-400 dalla Russia e gli scenari siriani. Diverso il discorso per il Qatar, il piccolo quanto ricco stato arabo conosciuto ai più perché ospiterà i mondiali di calcio del 2022, ma anche per via delle sue politiche, in rotta con molte potenze arabe, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto e Giordania, ma non con l’Iran, acerrimo nemico dell’amministrazione Trump, con cui Doha intrattiene proficui rapporti energetici ed economici.

In queste ore il segretario di Stato Americano Mike Pompeo ha redarguito a Haftar di mollare la presa su Tripoli, convinto che la soluzione della Libia non possa che non passare per via politica, e non per via militare. Uno scontro che, però, si è consumato in queste ore in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove Stati Uniti e Russia, un altro importante attore nello scenario libico, siriano e del Mediterraneo, si sono avvicendati sulla necessità fermare Haftar. Scintille che poi, dal Palazzo di Vetro si sono spente in Libia. In queste ore, infatti, Haftar avrebbe chiesto al Cremlino di contribuire a una soluzione per l’emergenza in Libia. “La Russia è uno stato chiave”, ha dichiarato il ministro degli Esteri di Tobrouk Abd Hadi Houweish, “vogliamo invitarla a patrocinare il progetto di riconciliazione nazionale della Libia, simile al supporto che ha dato al [congresso] siriano a Sochi. Speriamo in una ‘Sochi libica’” ha concluso. Tutto questo a pochi giorni dalle dichiarazioni contro le ingerenze straniere in Libia di Lavrov. C’è da chiederselo: ha vinto Putin?

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