Economia

«L'Europa rischia la fine se boccia la manovra»

“L’Europa deve scegliere da che parte stare. Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3 per cento del Pil per far fronte all’emergenza terremoto e a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Ma così sarebbe l’inizio della fine”. Lo afferma il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in un’intervista a Repubblica in cui si leva “qualcuno dei tanti sassolini rimasti nelle scarpe” perché, dice, in molti “hanno guardato al dito più che alla luna, e la luna è una manovra con meno tasse e più attenzione alla crescita, in coerenza con quello che abbiamo già fatto negli anni passati”.

«L’Europa rischia la fine se boccia la manovra»

“Le indicazioni che vengono dal G20 sono tutte indirizzate alla crescita, contro l’austerità e per contrastare le diseguaglianze. In questo senso l’Italia con questa manovra può essere un modello per l’Europa”, dichiara Padoan, secondo cui l’1% di crescita nel 2017 è “una stima prudente”. “Oggi il problema non è dire sì o no all’Europa, ma dire sì a un’ Europa diversa, che non stia ferma e invece si muova”. Padoan bolla come “ridicole” le accuse di mance e condoni in vista del referendum, al quale voterà con “un sì convinto, perché la riforma costituzionale avrà un effetto di traino su tutte le altre riforme”. Il ministro spiega quindi che per la legge di Bilancio “bisognerà aspettare ancora qualche giorno, ma non è sospesa in attesa di indicazioni o telefonate da Bruxelles: si tratta solo di un maggior lavoro di contabilità e di coordinamento per la Ragioneria generale dovuto alla nuova normativa”. Sul deficit strutturale, “abbiamo aperto una discussione per cambiare il metodo di calcolo, che secondo noi non misura la realtà delle cose. Ci sono otto paesi che chiedono la modifica ed altri se ne sono aggiunti verbalmente negli ultimi giorni ma inspiegabilmente non si procede”, afferma Padoan.

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Le tappe della Legge di Stabilità 2017 (La Stampa, 17 ottobre 2016)

In merito alla marcia indietro sulla misura sul contante, “non si trattava assolutamente di un condono che favoriva gli evasori, ma abbiamo deciso di eliminare il forfait per non dare adito nemmeno al minimo sospetto di voler favorire chi non rispetta le regole”, evidenzia Padoan. Nell’intervista il ministro definisce “dialettico e collaborativo” il rapporto con il premier Matteo Renzi. Sulle critiche del presidente dell’Inps Tito Boeri alle misure sulle pensioni, “alcune delle proposte di riforma della previdenza che proprio lui ha presentato nei mesi scorsi avrebbero creato dei problemi importanti di appesantimento della spesa e messo a rischio i conti pubblici”.

La lite tra Roma e Bruxelles

Federico Fubini sul Corriere della Sera invece circostanzia con maggiore attenzione la materia del contendere tra Roma e Bruxelles:

La risposta dell’Italia sarà prevedibile quanto la lettera della Commissione. Il governo farà valere che lo stesso vertice europeo di pochi giorni fa riconosce che i Paesi in prima linea sugli sbarchi devono far fronte a un onere finanziario particolare. Quindi ricorderà che nessuno poteva prevedere prima il costo del terremoto di Amatrice. Può sembrare incredibile che ruoti attorno a minuzie del genere il confronto in Europa su un Paese che dal 1996 cresce in media dello 0,46% l’anno, ha il debito più alto dopo la Grecia, tiene al lavoro appena il 56% della manodopera e presenta un volume di crediti deteriorati nelle banche pari quasi a un quarto del reddito nazionale. Eppure nei giorni in cui il governo preparava la legge di Stabilità, la discussione con la Commissione Ue si era concentrata esattamente su questo: da Roma si avvertiva che l’obiettivo di deficit nel 2017 sarebbe stato del 2,3% e non più dell’1,8% (come concordato in maggio), a causa della minore crescita e delle nuove spese per «eventi eccezionali»; da Bruxelles si pregava il governo di attenersi al massimo al 2,2%, classificando più rigorosamente soprattutto i costi di ricostruzione dopo il terremoto.
Ma il tono così apparentemente triviale del confronto nasconde una tensione in profondità. Nella Commissione Ue è palpabile il disagio di fronte a un Paese considerato fragile, che continua a rimettere in discussione ogni pochi mesi gli accordi presi e presenta misure — dalle pensioni, alle sanatorie fiscali — che rischiano di complicare i problemi invece di risolverli. L’irrigidimento di questi giorni a Bruxelles è la reazione di un’istituzione che si sente sfidata da un interlocutore percepito come inaffidabile. A Roma è invece evidente la frustrazione per l’approccio di Bruxelles, visto come miope e puramente contabile. Nessuna delle due parti oggi vuole cedere terreno. Così quello 0,1% del Pil che separa Roma e Bruxelles somiglia sempre di più a una nuova linea di faglia nell’area euro. Prima che qualcuno, in qualche modo, ci getti sopra l’ennesimo precario ponticello.

 

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