Economia

Legge di stabilità 2017: la prossima manovra di Renzi

Dopo gli scricchiolii sulla produzione industriale e sulla crescita il governo Renzi comincia a preparare la legge di stabilità 2017, che verrà votata in parlamento probabilmente insieme al referendum sulle riforme su cui l’esecutivo si gioca la sua esistenza. Claudio Tito su Repubblica di oggi comincia a delineare i contorni della manovra di Renzi, mentre il ministro delle attività produttive Carlo Calenda ieri aveva parlato della priorità degli investimenti.

La prossima manovra di Matteo Renzi

Il governo partirà dalla riduzione dell’IRES al 24%, misura già annunciata l’anno scorso e disposta nella scorsa Legge di Stabilità. Il secondo elemento dato per certo è la proroga del superammortamento del 140% per chi investe: si pensa anche di estendere i benefici fiscali anche a beni non strumentali. Il terzo provvedimento invece dovrebbe essere la detassazione dei premi di produttività: l’idea del governo è però quella di estendere lo sgravio da 2500 euro a quattro mila alzando il tetto di reddito massimo per usufruirne: da 50 mila a 75 mila. La parte fiscale della manovra si dovrebbe chiudere con la previsione di alcuni vantaggi per le partite Iva (in particolare per chi gode del cosiddetto regime forfettario con aliquota fissa al 15%). Sulle pensioni si pensa a una defiscalizzazione delle minime, ma ancora senza una platea ben definita. Poi ci sono le coperture per disinnescare le clausole di salvaguardia, tutte messe dal governo Renzi tra l’altro, per le quali c’è bisogno di 15 miliardi. Come trovare tutti questi soldi? Come sempre: in deficit. Renzi ha già avviato una trattativa con la UE per un’ulteriore quota di flessibilità per l’anno prossimo: l’Italia avrebbe dovuto portare il rapporto deficit/Pil al di sotto dell’1,8% nel 2017, il premier punta invece a lasciarlo al 2,3%, ricorrendo alle clausole per le riforme, per gli investimenti e per il ciclo economico depresso dalla Brexit.

legge stabilità 2017
La legge di stabilità 2017 (Il Messaggero, 21 luglio 2016)

Nel vertice tra Angela Merkel, François Hollande e lo stesso Renzi è poi in agenda un piano straordinario «di recupero, valorizzazione e restauro dei luoghi della cultura europea», da finanziarie con parte dei fondi del programma di investimenti di Jean-Claude Juncker rimasti incagliati nei vari passaggi nei palazzi di Bruxelles, come tra l’altro ampiamente previsto. E comunque fuori dal patto di stabilità.

La riforma delle pensioni

Intanto, scrive Andrea Bassi sul Messaggero, si lavora anche a una riforma della previdenza in due tappe, in cui avrà la priorità l’uscita anticipata e l’Anticipo Pensionistico. Alcune misure, tra cui proprio l’APE, saranno già inserite in questa finanziaria; per le altre c’è da attendere il prossimo anno.

A consigliare una soluzione del genere sarebbero le risorse a disposizione del governo. Sia Palazzo Chigi che il Tesoro, ripetono come un mantra che i conti si faranno solo dopo il 27 settembre, quando il quadro macroeconomico sarà chiaro. E soprattutto dopo che si avrà una ragionevole certezza sulla flessibilità che la Commissione europea sarà disposta a concedere all’Italia per il prossimo anno. Ma il costo complessivo del pacchetto del quale stanno discutendo i sindacati con il governo al tavolo coordinato dal sottosegretario alla Presidenza Tommaso Nannicini, appare difficilmente sostenibile, anche considerando la concorrenza di altre misure, come il rinnovo del contratto degli statali, che dovranno essere finanziate con la prossima legge di Stabilità.
Secondo i calcoli, l’intero pacchetto previdenziale potrebbe pesare a regime sui conti pubblici fino a 4 miliardi di euro, e subito potrebbe chiedere uno forzo di almeno 2,6 miliardi. L’Ape, il prestito pensionistico che permetterà di lasciare il lavoro con tre anni e sette mesi di anticipo rispetto all’attuale età di ritiro, costa circa 700 milioni di euro. La ricongiunzione gratuita dei contributi versati in diverse gestioni previdenziali, peserebbe sui conti per altri cinquecento milioni di euro. La misura più impegnativa presente nel pacchetto, tuttavia, è quella dello scivolo per i cosiddetti «precoci»,le persone che hanno iniziato a lavorare in età molto giovane, tra i 14 e i 18, e per i quali è allo studio un bonus contributivo di tre o quattro mesi l’anno per il lavoro svolto in età minorile.

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