Politica

Le giravolte della Lega (ex?) sovranista: ha votato sì in Europa al Recovery fund

L’ultima tappa della conversione: il sì a Bruxelles e lo strappo con i sovranisti

Salvini ministro governo draghi

Alla fine è accaduto anche questo, ed è un dolce addio. In difesa di Mario Draghi e per Mario Draghi: dritti verso l’astensione (come hanno fatto in passato), ma poi, all’improvviso, una sterzata -europeista- della Lega, direzione Recovery Fund. Hanno detto sì, tradendo l’area sovranista del Parlamento europeo. I 29 eurodeputati della Lega hanno incontrato (virtualmente) Matteo Salvini ieri pomeriggio alle 18.30, un’ora dopo che il “Capitano” aveva parlato davanti ai giornalisti alla fine del secondo giro di consultazioni. Già da lì però il messaggio ai suoi di Bruxelles era stato chiaro. Tra le righe, e neanche troppo, ha detto: “Dovete votare sì”. Svolta europeista confermata quindi, ma “non si tratta di etichette”, è semplicemente “il bene dell’Italia: stare in Europa e farlo da protagonisti”.

Sarà. Eppure tutte le bandiere della Lega sono state piegate e messe, almeno per il momento, nel cassetto: parliamo di immigrazione, flat tax, e -concetto più ampio anche lui in panchina- sovranismo. Anzi: Non si è risparmiato neanche qualche colpo basso all'(ex?) amico Viktor Orban: “Dobbiamo guardare alle democrazie, all’Occidente, alle libertà dell’Occidente, senza essere tifosi di altri regimi che di democratico non hanno nulla”. Non è stato dello stesso avviso Fratelli d’Italia, che invece non ha rinnegato le sue politiche precedenti alla crisi di governo. E anzi: ieri ha continuato ad astenersi sul Recovery Fund, iniziando a pensare che quello di Salvini sia un vero e proprio tradimento.

Anche se Matteo Salvini non ha mai detto di voler cambiare schieramento nel Parlamento di Bruxelles. Ovvero: non entrerà nel Ppe, ma rimarrà all’eurogruppo parlamentare di Identità e Democrazia con Le Pen, Fpoe, AfD e altri. Che non hanno digerito un granché bene la decisione della Lega di votare a favore del Recovery fund: i francesi della Le Pen non hanno commentato, i tedeschi di Alternative fur Deutschland sono stati più polemici (con la figura di Draghi ad esempio). Ma comunque non è ancora strappo nel loro fronte interno. Ed è questo che non piace ai democratici: perché se si vuole stare al governo insieme con Draghi -dicono e hanno detto- è necessario che si condividano almeno alcune linee guida, e questa è una di quelle. Con buona pace degli elettori della Lega più conservatori.