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Il crollo nei sondaggi sancisce il fallimento di Salvini: adesso la Lega pensa a un nuovo segretario

Asia Buconi|

pontida salvini lega

Non si ferma il graduale e inesorabile crollo della Lega nei sondaggi. La parabola discendente del partito guidato da Matteo Salvini, dopo il deludente 8,8% conquistato alle Politiche, continua impietosa e adesso c’è chi pensa al tanto auspicato ritorno al Carroccio delle origini.

Uno scenario, questo, gradito da molti militanti del partito, specie dallo zoccolo duro della Liga Veneta (era stato proprio l’appena scomparso Maroni a parlare della necessità di un nuovo segretario). Secondo molti, l’unica ricetta per curare l’emorragia di consensi che la Lega sta vivendo (basti pensare al 17% delle Politiche del 2018 e all’ormai lontano 34,2% delle Europee dell’anno dopo) è proprio quella di riconquistare le (perdute) roccaforti del Nord.

La Lega in calo nei sondaggi sancisce il fallimento di Salvini. E si fa strada l’ipotesi della successione Zaia

A certificare la debacle leghista sono i sondaggi politici, come quello realizzato lo scorso 22 novembre da SWG per il Tg di La7. Stando ad esso, il partito di Matteo Salvini ha perso un ulteriore mezzo punto percentuale rispetto alla scorsa settimana, scendendo al 7,6% e sancendo il sorpasso del Terzo Polo di Renzi e Calenda che, nonostante la lieve flessione al 7,9% (-0,1% rispetto alla settimana precedente), sembra aver rimesso la testa davanti. Poi, l’altro dato sfavorevole per la Lega, quello dell’inarrestabile successo registrato da FdI: il partito della Premier Meloni è in continua crescita nei sondaggi (che lo danno al 30,4%) e trascina sempre di più la coalizione di Centrodestra.

Per tutti questi motivi, oggi, molti sono pronti a scommettere che l’avventura di Matteo Salvini alla segreteria della Lega sia giunta al capolinea. Nel mirino, l’approccio eccessivamente populista e “nazionale” dell’attuale ministro delle Infrastrutture, il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti. L’obiettivo ora è riconquistare il Nord, che ha voltato le spalle al Carroccio preferendo FdI. Anche per questo motivo, il principale candidato alla successione alla guida del partito sembra proprio Luca Zaia, il leghista che da governatore del Veneto è stato capace di ottenere ampissimi consensi.

Anche se quest’ultimo, in una recente intervista per Il Corriere della Sera, ha voluto puntualizzare come non ci sia alcun conflitto in corso con Salvini e come, al momento, sia “concentrato sull’impegno con il popolo veneto che tre anni fa mi ha rieletto presidente col 77% dei voti”. Ma le cariche di presidente di Regione e di segretario di partito, come dimostra l’esperienza del dem Bonaccini (governatore dell’Emilia Romagna e fresco di candidatura alla segreteria del Pd), non sono incompatibili.

Senza contare che, oltre all’attuale situazione politica precaria per il Carroccio, a far pensare a una possibile candidatura di Zaia alla segreteria della Lega è stato pure un episodio riportato in esclusiva qualche giorno fa da Repubblica. Nello specifico, il quotidiano, invitando a prestare attenzione anche ai piccoli “segnali”, ha scritto:

Domenica 20 novembre, attorno alle 20.45. Luca Zaia sta per comparire sugli schermi di Che tempo che fa, il programma di Fabio Fazio. Presenta il suo libro, che per molti assomiglia a una promessa di discesa in campo nell’arena nazionale. In quegli stessi secondi, Matteo Salvini interrompe il suo giorno di riposo. Accede ai social dal suo iPhone. E scandisce: “Via il canone Rai. Pagarlo per guardare i Fazio o i telegiornali di sinistra, anche no…”. Attacca proprio Fazio. Atto ostile, smaccatamente ostile, chirurgico. Sgarbo verso il collega, palese. E segnale, appunto, di una battaglia furibonda che sta spaccando la Lega e fatica a restare sopita. In palio c’è la nuova leadership.

E gli occhi, ora, sono tutti puntati sul Congresso federale del Carroccio, che dovrebbe tenersi prima delle Europee del 2024 o, in alternativa, alla fine del prossimo anno o all’inizio di quello dopo. Una “svolta” che, secondo i più, dovrebbe sancire il passaggio all’approccio nordista-federalista della Lega di un tempo.