Economia

Renzi e il lato oscuro delle slide sui gufi

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Cos’è la propaganda? Secondo la dotta definizione della Microsoft Encarta Encyclopedia 1998, scritta dal professor Harwood Childs di Princeton e citata da Wikipedia è «l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni». La propaganda, spiega ancora l’enciclopedia, può presentare i fatti in modo selettivo (così possibilmente mentendo per omissione) onde incoraggiare una sintesi (una conclusione) particolare, oppure usa messaggi caricati onde produrre risposte emozionali piuttosto che razionali alle informazioni presentate. L’uso della propaganda è dannosa per la libera e naturale formazione dell’opinione personale e pubblica e il danno poi si riflette sulla persona stessa e sulla società. E se vi sembra un significato oscuro e volete un esempio per capire meglio potete ammirare le slide con i gufi che il presidente del Consiglio ha utilizzato oggi per monologare durante la prima parte della conferenza stampa di fine anno a Palazzo Chigi.

Le slide dei gufi di Renzi

La tecnica di comunicazione utilizzata da Matteo Renzi infatti è una magistrale esecuzione di quello che prevedono le regole della propaganda. In particolare, il premier raffigura i cosiddetti “gufi” (che rappresentano nel suo immaginario “quelli che portano sfiga” o alternativamente “quelli che vogliono il male dell’Italia”) così come Tolkien dice che Sauron vuole l’anello «per malizia e volontà di dominio», dipingendolo come il male personificato a cui contrapporre il bene. La strategia è talmente infantile e ridicola nella sua presupponenza che di sicuro avrà un grande successo. Ma spiegarne la tecnica nascosta forse può aiutare a comprendere come funziona. D’altro canto, l’enciclopedia stessa spiega che «In antitesi alla propaganda dovrebbe essere la pura e semplice esposizione dei fatti, della realtà nella loro completezza». Una delle tecniche utilizzate da Renzi è quella di inventare di sana pianta la tesi altrui, al puro e semplice scopo di agevolarsi la risposta. E la prima slide, quella in cui il gufo diceva che “L’Italia è in stagnazione perenne” ne è un esempio ben definito.
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In realtà nessuno ha detto “un anno fa”, come sostiene il presidente del Consiglio, che l’Italia è in stagnazione perenne. O, se l’ha detto qualcuno, era una frase insensata. Però se vogliamo proprio essere precisi precisi precisi, c’è qualcuno che ha detto che l’Italia rischia (insieme all’Europa) una “stagnazione secolare”, che è invece un concetto esistente in economia. La teoria della stagnazione secolare, nata nei lontani anni ’30 per spiegare la Grande depressione, è tornata di moda da un paio di anni.

Lo statunitense Alvin Hansen a metà degli anni ’30 ipotizzò la teoria per spiegare la mancata crescita nonostante gli sforzi del new deal motivandola con la mancanza di innovazioni tecnologiche ed il calo demografico. In pratica, si tratta di una situazione di bassa crescita e di non pieno impiego delle risorse con bassi tassi di inflazione o deflazione. Il rimedio, secondo l’economista , è un intervento dello stato con una politica di spesa in deficit di forte stimolo agli investimenti. A riportarla alla luce nel 2013 Lawrence Summers, economista, già segretario di Stato con il presidente Clinton e rettore di Harward. Secondo Summers infatti questa tesi avrebbe potuto spiegare la debolezza della ripresa nonostante tutti gli stimoli all’economia. Antidoto, una politica fiscale attiva che possa spingere l’economia fuori da basse crescita e inflazione.

Volete sapere chi è che ha detto che l’Italia rischia una stagnazione secolare? Una persona che il premier dovrebbe conoscere: il suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, parlando con i giornalisti lo scorso 16 dicembre durante al convegno del Centro Studi Confindustria. Ora, il fatto che una persona competente come Padoan parli di rischio di stagnazione secolare dovrebbe consigliare il presidente del Consiglio di smetterla di dire sciocchezze sulle stagnazioni perenni, mettersi la slide nel posto che più gli aggrada e capire che anche se il PIL torna a crescere nel 2015 e nel 2016 grazie al QE di Draghi non c’è proprio niente da festeggiare e sarebbe il caso di darsi da fare per evitare lo scenario di mancato impiego delle risorse e promulgare una politica di spesa in deficit di forte stimolo agli investimenti. Ma cercate di capirlo: tutto questo come può sintetizzarlo con una slide?

La stagnazione perenne e il Jobs Act

Ma veniamo alla seconda slide presentata da Renzi, quella sul Jobs Act. Anche qui possiamo ammirare una sequela di non sequitur, una serie di argomenti del tipo “E allora i marò?” e la colorata transustanziazione di una supercazzola prematurata nettamente a sinistra. «Il Jobs Act non sarà mai approvato», dice il gufo. E poi, come d’incanto, ecco a voi l’approvazione del Jobs Act, il tasso di disoccupazione che scende dal 13,2% all’11,5%, 300mila occupati in più e il boom dei mutui.
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Partiamo dalla fine: la storia dell’aumento delle concessioni dei mutui è più o meno una balla, così come viene presentata (i motivi sono spiegati qui). Parlare di maggiore occupazione per 300mila e imputarla al Jobs Act è una sciocchezza, visto che “gli occupati” – secondo quello che c’è scritto nella slide, eh? – sono il totale dei nuovi occupati, e non i nuovi occupati soltanto grazie al Jobs Act. Riguardo invece la reale portata del miracolo economico del governo Renzi, preferisco lasciare la parola a Luca Ricolfi, che il 10 novembre 2015 sul Sole 24 Ore ha spiegato per filo e per segno quali sono i reali termini della questione:

Perché dico che il bilancio è magro? Non sono, 185 mila posti di lavoro, un risultato comunque apprezzabile? Il bilancio è magro, innanzitutto, in termini di costi e benefici. Perché i costi sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in 3 anni, per i soli assunti nel 2015), ma i benefici occupazionali sono stati minimi. Per rendersene conto, basta confrontare l’incremento di posti nei primi 9 mesi del 2015 (vigente la decontribuzione, e con il Pil in crescita), con quello dei primi 9 mesi del 2014 (senza decontribuzione, e con il Pil in calo). Sembra incredibile, ma la formazione di posti di lavoro è del tutto analoga: 185 mila nel 2015, 159 mila nel 2014. La differenza è trascurabile (prossima all’errore statistico), tanto più se si considera che nel 2014 l’economia andava decisamente peggio che nel 2015. Nel corso di quest’anno, nonostante una congiuntura decisamente più favorevole, nonché la spinta della decontribuzione, la formazione di posti di lavoro è migliorata di appena 26 mila posti (185 mila contro 159 mila).
Poiché la decontribuzione una spinta comunque l’ha data, viene da chiedersi che cosa sarebbe successo senza di essa, e quali siano le forze che rallentano in modo così drammatico la crescita dell’occupazione. Se fossi il ministro del lavoro sarei piuttosto preoccupato… Ma il bilancio è magro anche per una ragione più fondamentale, cui l’ottimismo governativo pare del tutto insensibile: i posti di lavoro che ci mancano sono circa 7 milioni. Un milione perché tanti ne abbiamo persi durante la lunga crisi del 2007-2014, e altri 6 milioni perché questa, già prima della crisi, era la nostra distanza dalla normalità, ossia dal tasso di occupazione medio dei paesi Ocse. E 7 milioni di posti fanno qualcosa come 10 punti in più nel tasso di occupazione.
Ecco perché, quando vedo presentato come un grande risultato un aumento di qualche decimale del tasso di occupazione, o un aumento di qualche decina di migliaia di posti nel numero di occupati, penso che abbiamo smarrito il senso degli ordini di grandezza. A questo ritmo, e sempre che non intervengano nuove crisi e battute d’arresto, saremo un paese normale fra circa 30 anni, quando Renzi avrà superato i 70. Possiamo aspettare tutto questo tempo?

Come vedete, l’argomentazione di Ricolfi è un tantinello più complicata delle frescacce che la propaganda di Renzi fa dire a quei cattivoni dei gufi. E statene certi: a questo tipo di obiezioni il premier non risponderà mai, né in conferenza stampa né in altre occasioni. In più bisognerebbe sottolineare una cosa: ovvero, che se quando i contratti aumentano è merito del Jobs Act, per logica quando diminuiscono è colpa del Jobs Act. E siccome questo in realtà non è vero, noi qui si concorda con Renzi. Ma non con questo Renzi: con il Renzi che all’epoca delle primarie contro Bersani, a domanda diretta sull’articolo 18, spiegava che gli imprenditori non è che non assumono se c’è quell’articolo, ma assumono se c’è lavoro da dare e c’è un mercato che acquista i loro prodotti. Nella realtà delle cose la modesta ripresa dell’occupazione è spiegabile con il ciclo economico, il deprezzamento dell’euro e il crollo del prezzo del greggio. Non era merito del Jobs Act prima e non è colpa del Jobs Act ora. Ma per scrivere tutto questo non c’è spazio nelle slide (faccina triste).

Gli sbarchi, il semestre italiano, la fantasia al potere

E questo vale per tante altre affermazioni per lo meno avventurose contenute nelle slide. “L’Italia è invasa, colpa del governo”, dice quello scemo del gufo a cui l’intelligentone di Rignano replica che gli sbarchi diminuiscono (in realtà no: in questo periodo diminuiscono perché è dicembre, e in ogni caso le migrazioni dipendono da fattori esterne come le guerre; attribuirsi il merito di averli diminuiti significa pensare più o meno di essere l’Onnipotente) e che l’immigrazione è diventata un problema europeo. Certo, un problema talmente europeo che la Commissione ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia perché il Belpaese di Renzi e Alfano tendeva a “dimenticare” di prendere le impronte ai migranti e la conseguente trasmissione al sistema centrale Eurodac entro 72 ore, per aggirare furbescamente il regolamento di Dublino e consentire di spostarsi verso altri paesi dell’UE. Subito dopo l’apertura della procedura l’Italia ha ricominciato a prendere le impronte a tutti, dimostrando che l’immigrazione sarà anche diventata un problema europeo, ma le figure di merda continuiamo a farle noi italiani. Anche questo nelle slide, per ragioni di sintesi, non c’è scritto (faccina triste e piangente).
 

Le slide dei gufi di Renzi: photogallery


Ci sarebbe anche da ricordare, a proposito del semestre italiano che non porterà risultati come diceva il gufo e della flessibilità ottenuta dall’UE “che vale l’1% del PIL”, la storia ce la ricordavamo diversa. O che non si capisce come l’Italia possa crescere più della media europea se la media europea è 1,6%. Ma un gufo un po’ meno rozzo di quello che porge le battute al governo come faceva Peppino con Totò potrebbe chiedere a Renzi cosa intendesse dire quando in conferenza stampa ha parlato del piano Juncker. Forse voleva ricordare che, com’era gufescamente prevedibile, alla fine era un libro dei sogni? E che se è vero quello che dice Renzi sull’austerità – «La strada giusta per la crescita è quella della flessibilità e degli investimenti, che non significa non curarsi del debito: noi lo stiamo abbassando, lo dobbiamo ai nostri figli. Ma ci vuole una linea di politica economica orientata alla crescita e non solo all’austerità. Di sola austerità l’Europa muore» – sarà difficile ottenere un cambio di direzione minacciando e minacciando senza mai fare alcunché? La verità è che i gufi di Renzi esistono solo nella testolina del presidente del Consiglio: la realtà è molto più complicata di uno slogan. E queste tecniche di propaganda inquinano il dibattito pubblico e aumentano il rischio di trovarsi impreparati quando la realtà, come sempre, presenterà il conto.