Penalità fino al 30% per chi esce anticipatamente. In campo le proposte. Il contributivo come opzione privilegiata. La riforma Fornero non sarà smantellata

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La discussione sulle nuove regole per andare in pensione prima entra nel vivo. Il governo, a un mese dalla presentazione della legge di stabilità, comincia a lavorare sul dossier Welfare, con previsioni di aggiustamento delle regole attuali considerate troppo rigide. In campo ci sono alcune proposte. Quella di Cesare Damiano e Pier Paolo Baretta prevede un taglio dell’assegno pari al 2% per ogni anno di anticipo. Ma l’INPS ha giudicato l’idea troppo costosa per il bilancio dello Stato. L’altra possibilità è un’estensione della possibilità offerta alle lavoratrici fino al 2014, che potevano uscire dal lavoro a 57 anni con l'”opzione donna”.

così oggi in pensione

Così oggi in pensione (Il Messaggero, 30 agosto 2015)

LE NUOVE REGOLE PER ANDARE IN PENSIONE PRIMA

Secondo i calcoli dell’Inps, esposti dal presidente Boeri in un’audizione alla Camera a giugno, le due ipotesi costerebbero a regime rispettivamente, se tutti coloro che ne hanno diritto utilizzassero l’opzione, 8,5 e 10,6 miliardi l’anno. Boeri nella stessa audizione ha espresso il suo parere favorevole invece all’estensione della platea dell’opzione donna, ovvero alla possibilità che chi va in pensione in anticipo rispetto all’età di vecchiaia lo faccia utilizzando il sistema contributivo. Questa opzione rischia, però, di essere talmente penalizzante da non essere utilizzata, come spiega Fornero. «E’ falsa flessibilità – dice – di fatto rende quasi proibitivo l’anticipo del pensionamento» a meno che il lavoratore non si trovi in condizioni di assoluta necessità. Secondo Fornero l’emergenza nella quale si decise la riforma della previdenza nel 2011 può considerarsi quasi del tutto ”superata” e quindi è possibile introdurre un po’ di flessibilità ma gli interventi dovranno essere molto ponderati. Intanto i sindacati hanno chiesto al Governo un incontro anticipando il loro no alla decurtazione di assegni già bassi. Ma l’eventuale taglio del 3,3,5% potrebbe essere anche troppo costoso per le disponibilità del Governo mentre per i lavoratori più anziani sono in arrivo nel 2016 una nuova revisione al ribasso dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, nonché l’innalzamento dell’età di vecchiaia (da 66 anni e tre mesi a 66 anni e sette mesi per gli uomini mentre per le donne del settore privato l’aumento è di 1 anno e 10 mesi con il passaggio da 63 anni e 9 mesi a 65 anni e 7 mesi). Spiega oggi Luca Cifoni sul Messaggero:

Flessibilità vuol dire naturalmente permettere ai lavoratori di mettersi a riposo qualche anno prima rispetto agli attuali requisiti per la vecchiaia (66 anni e 3 mesi di età per gli uomini, 63 e 9 mesi per le donne del privato) accettando però un importo di pensione un po’ più basso. In campo ci sono alcune proposte. Una parlamentare elaborata nel 2013 da un altro ex ministro, Cesare Damiano, insieme all’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, prevede un taglio dell’assegno pari al 2 per cento per ogni anno di anticipo. Una soluzione che recente mente l’Inps ha giudicato troppo costosa per le casse dello Stato. L’altra possibilità è il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo,in pratica un’estensione della possibilità offerta fino a fine 2014 alle lavoratrici (che in base a questo schema potevano uscire anche a 57 anni con la cosiddetta “opzione donna”).

Fornero ritiene quest’ultima soluzione troppo penalizzante per gli interessati schierandosi di fatto per una via di mezzo: una decurtazione del 3-3,5 per cento l’anno, che a suo avviso sarebbe «un criterio non troppo lontano dall’equità attuariale». In realtà la riduzione dell’assegno derivante dall’applicazione del sistema contributivo non è uguale per tutti, dipendendo dalla effettiva dinamica di carriera del lavoratore in questione. Mediamente il taglio può aggirarsi intorno al 15-20 per cento ma anche sfiorare il 30 nei casi più sfavorevoli. Il paradosso è che nell’immediato, dal punto di vista dei conti pubblici, anche un meccanismo rigido di questo tipo potrebbe non essere sufficiente,come dimostrano le resistenze della Ragioneria generale dello Stato a prolungare l’opzione donna: questo perché la compensazione tra maggiori uscite verso la pensione e importi ridotti dell’assegno si ha nel medio periodo, mentre l’effetto negativo di cassa si manifesta subito.

“Anche l’ex ministro Fornero adesso sostiene che la sua riforma si può correggere: visto che anche Renzi e Poletti sono d’accordo che si introduca un criterio di flessibilità nel sistema previdenziale, aspettiamo la proposta del Governo”, afferma intanto in una nota Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera. “L’occasione – continua Damiano – e’ rappresentata dalla legge di Stabilita’: i parlamentari del Pd della Commissione Lavoro della Camera stanno gia’ discutendo un disegno di legge condiviso da tutti i partiti: uscita dal lavoro a partire dai 62 anni con 35 di contributi e l’8% di penalizzazione”. “Si tratta – spiega il presidente della Commissione Lavoro – di una proposta che costa, ma non quanto ha sostenuto Boeri che, a nostro avviso, ha sbagliato i conti. Infatti, non tutti i lavoratori sceglieranno di andare in pensione a 62 anni e bisogna anche considerare i risparmi che si produrranno con meno Cassa integrazione e meno ammortizzatori sociali per gli ultra sessantenni che hanno perso il lavoro e che non trovano un reimpiego. Inoltre, molti esodati non ancora tutelati potrebbero optare per questa normativa”. “Centinaia di migliaia di lavoratori stanno aspettando questa soluzione: il Governo faccia la cosa giusta e apra un confronto vero ed approfondito con la Commissione Lavoro”, conclude Cesare Damiano.

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