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Le indagini sulla bomba a Manhattan

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«Siamo di fronte a indagini complesse. Al momento non ci sono conclusioni»: non è stato incoraggiante il capo della Polizia di New York, James O’Neill, a proposito dell’esplosione di Chelsea, a Manhattan. Due bombe, una esplosa in un cassonetto e un altro trovato inesploso sulla 23ma strada e realizzato con una pentola a pressione da cui uscivano dei fili collegati a un telefono cellulare: la notizia di un terzo ordigno è stata smentita durante la giornata. E non ci sarebbero collegamenti nemmeno con la bomba esplosa ieri in mattinata nel New Jersey.

Le indagini sulle bombe a Manhattan

E mentre l’Fbi continua a raccogliere indizi in zona, l’Isis ha rivendicato via Amaq l’attacco in Minnesota, dove oggi un uomo ha ferito otto persone con un coltello prima di essere ucciso. “Era un soldato dello Stato islamico, ha compiuto l’operazione per colpire i cittadini dei Paesi della Coalizione crociata”, si legge sul network dell’Isis. Nessuna parola però su Manhattan, il che rafforza l’ipotesi che non si tratti di terrorismo internazionale. Intanto è stata rafforzata la sicurezza nelle stazioni ferroviarie e degli autobus, negli aeroporti e nella metropolitana. Bill de Blasio ha invitato i suoi concittadini a essere “vigili”: «Bisogna essere molto pazienti, non ci sono risposte facili. C’è ancora molto da fare per capire quali sono il movente e gli autori di quanto accaduto». Il sindaco ha confermato come si sia trattato di un “atto intenzionale”, ma anche come al momento tutte le piste siano seguite. De Blasio, senza menzionare la parola terrorismo, ha confermato anche come “al momento nessun elemento fa pensare ad un collegamento con l’episodio accaduto in New Jersey”. L’esplosione non ha causato danni agli edifici e tutti i feriti sono stati dimessi dagli ospedali in cui erano ricoverati.

L’esplosione è avvenuta intorno alle 20.30 locali, le 2.30 in Italia, sulla 23esima strada, tra la Sesta e la Settima Avenue. Si tratta di una zona affollata di locali, molto frequentata anche dai turisti. Poco distante dal luogo dove viene piazzato l’ordigno, tra la 24esima e la Quinta Avenue, c’è l’italiano Eataly, che attorno alle 22 è pieno di clienti. Da oggi in città arriveranno oltre 150 leader mondiali per l’Assemblea generale dell’Onu. Si diffonde la notizia che Barack Obama e Hillary Clinton siano poco distanti, per un evento elettorale: non è vero, sono a Washington. Ma l’attentato terroristico è il primo pensiero, al diffondersi della notizia. Arriva presto la conferma che si sia trattato di un ordigno. Ma ci si aggrappa a lungo alla speranza che si sia trattato di un terribile incidente, una fuga di gas. L’area viene subito transennata dalla polizia, che via Twitter invita i newyorkesi a tenersi alla larga dalla zona. Più tardi viene ritrovata anche la pentola a pressione con i fili collegati a un cellulare, anche se c’è chi sostiene che i due fatti non siano collegati.

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La pentola a pressione ritrovata vicino al luogo dello scoppio della bomba

La bomba e la campagna elettorale

Dopo l’esplosione di Chelsea, Donald Trump ha preso la palla al balzo: il candidato repubblicano alla Casa Bianca ha ‘scavalcato’ le autorità e – prima che fossero resi noti i dettagli dell’attentato – ha annunciato ai suoi sostenitori durante un comizio che una “bomba è esplosa” a New York. Trump ha approfittato subito dell’attacco per rinforzare la sua campagna elettorale, affermando che ora “dobbiamo usare le maniere forti”. Prudente invece la reazione della candidata democratica Hillary Clinton, che ha detto di voler attendere informazioni più precise sull’accaduto. Oggi nella Grande Mela è atteso anche il presidente Barack Obama, che al momento dell’esplosione era a Washington ad una cena di gala del Congressional Black Caucus Foundation per onorare Hillary Clinton come prima donna ad ottenere la nomination di un grande partito alla Casa Bianca. Ma sbarcano anche decine di capi di Stato e di governo, che da domani parteciperanno ai lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E c’è anche un precedente: con un ordigno artigianale simile a quello ritrovato nella notte a Chelsea, il primo maggio di sei anni fa un americano di origine pachistana tentò di far esplodere un’auto a Times Square con l’intenzione di fare una carneficina. Faisal Shahzad aveva imbottito il camioncino con un vero e proprio arsenale tra cui una pentola a pressione con dentro 120 fuochi artificiali. Gli ordigni rilasciarono fumo ma non esplosero e l’attentato fu sventato dalla pronta segnalazione di un ambulante della zona, altrimenti sarebbe stata una strage nella piazza più affollata del mondo. Shazad era stato addestrato l’anno prima in Pakistan, nella regione del Waziristan, da un gruppo islamico legato ai taleban. All’inizio del 2010 l’uomo aveva ricevuto, sempre dal Pakistan, una somma di 12mila dollari, serviti tra l’altro per acquistare in contanti la vettura di Times Square. Il camioncino non era saltato in aria anche perché la miscela esplosiva non era stata dosata in maniera giusta. Shahzad fu catturato due giorni dopo l’attentato mentre era a bordo di un aereo in partenza da New York. Processato per direttissima, è stato condannato all’ergastolo.