Economia

Le incognite sulla Brexit che danno l'insonnia alla May

theresa may

La Brexit è una sfida sempre più pensante per la premier britannica Theresa May, così tanto che non la fa dormire la notte. Lo ha detto lei stessa in un’intervista apparsa oggi sul Sunday Times, dove ricorda che in gioco ci sono “questioni molto complesse” da affrontare al fine di “ottenere il miglior accordo possibile” con Bruxelles per il Paese. Il primo ministro quindi non perde la sua convinzione di potercela fare nei tempi previsti ma deve comunque mettere in conto altre notti in bianco passate alla sua scrivania di Downing Street a cercare soluzioni per le difficoltà e gli attriti in patria e a livello internazionale.

Le sei incognite sulla Brexit

I possibili ostacoli, stando sempre al domenicale, potrebbero essere rappresentati dalla Bank of England (Boe), con il governatore Mark Carney che chiede un periodo di transizione post-Brexit per evitare scossoni all’economia nazionale. Fra le proposte quella di estendere la permanenza all’interno del mercato unico europeo, nel caso in cui Londra opti per l’uscita anche da quello, di due anni, in modo da consentire alle imprese del Regno di adattarsi al cambiamento. Idea che viene vista come fumo negli occhi a Downing Street che auspica invece di avviare l’articolo 50 entro il prossimo marzo e di chiudere l’iter di divorzio con l’Europa nella primavera del 2019. Con i piani della BoE invece ci sarebbero strascichi fino al 2021, quindi oltre le prossime elezioni politiche del 2020. Resta inoltre l’incognita della Corte suprema che si dovrà pronunciare sull’appello dell’esecutivo dopo la sentenza dell’Alta Corte per la quale per attivare la Brexit serve un voto del Parlamento di Westminster. Di sicuro il sonno della May è turbato da un’altra ragione di attrito col mondo del business e la banca centrale inglese: le norme restrittive in fatto di governance societaria e stipendi d’oro che la premier deve lanciare con un ‘libro verde’ nei prossimi giorni. I due punti che piacciono meno alla City sono l’obbligo per le multinazionali di rendere pubblico il divario salariale tra gli stipendi dei boss e quelli dei dipendenti, e il diritto degli azionisti di votare in modo vincolante sui cospicui pacchetti remunerativi dei top manager. In questo caso la polemica è doppia. La stampa del Regno ha infatti rilevato, con una certa ironia, che si tratta di una sorta di ‘scippo’ di politiche che erano state presentate nel suo programma elettorale dall’ex leader laburista Ed Miliband, duramente sconfitto alle elezioni politiche del 2015 proprio dai Tories. Lo stesso Miliband ha scagliato una freccia da Twitter: “Nuove idee marxiste contro il business. Questi conservatori…”.

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Le sei incognite per la Brexit (Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2016)

L’insonnia di Theresa May

Anche il Sole 24 Ore ha oggi riepilogato sei incognite sulla Brexit ancora sul tavolo. La prima riguarda la Corte suprema, che dovrà stabilire una volta per tutte se il Parlamento deve essere consultato prima dell’avvio delle pratiche di divorzio dalla Ue. Verranno ascoltati anche i rappresentanti di Scozia e Galles. Per l’Irlanda del Nord è prevista l’audizione di Raymond McCord, attivista per i diritti del suo Paese. Il verdetto è atteso a gennaio, ma la corte potrebbe anche chiedere un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue. Questo allungherebbe i tempi di attivazione dell’articolo 50 da parte di Londra. Poi ci sono i venti di indipendenza: il governo scozzese ha pubblicato una bozza di legge su un nuovo referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Una consultazione pubblica è ora in corso e si concluderà l’11 gennaio. L’esito però non è scontato: al referendum indetto nel 2014 prevalsero i fedeli a Londra con il 55 per cento. Non solo Scozia però: il divorzio dalla Ue ha rilanciato il dibattito su un possibile “opt out” nordirlandese all’uscita dall’Unione, preservando uno status particolare. A favore della Ue sono il movimento indipendentista Sinn Féin, i socialdemocratici del Sdlp e i Verdi. Poi c’è il rischio urne: se la Corte suprema dovesse stabilire che è necessaria la consultazione parlamentare potrebbe innescarsi una crisi politica con il rischio di elezioni anticipate che allungherebbero ulteriormente l’iter. Secondo i sondaggi più recenti, i Tories restano in vantaggio, mentre il Labour è al 27 per cento. Infine c’è il dilemma principale quello sulla hard o sulla soft Brexit: non è ancora chiaro quale tipo di relazione avrà Londra con la Ue. È probabile un accordo ad hoc senza seguire un modello prestabilito. La questione chiave è se la Gran Bretagna resterà nel mercato unico e a quali condizioni.

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