Fact checking

Le dimissioni di Lupi e il problema di fondo

«Da Renzi non ho visto un atteggiamento garantista perché non c’è da essere garantisti, non sono indagato. Renzi non mi ha chiesto di dimettermi»: nelle poche e semplici parole di Maurizio Lupi a Porta a Porta c’è anche la risposta alle tante assurdità sul garantismo e sulla liceità delle intercettazioni che oggi hanno portato il ministro delle Infrastrutture a dimettersi. Le ragioni c’erano ed erano del tutto politiche, come si è tentato di spiegare a più riprese anche a chi difendeva l’indifendibile. Quello che è emerso nelle intercettazioni considerate significative ai sensi delle indagini nei confronti di Ercole Incalza dimostravano che il comportamento di Lupi è inopportuno, per un politico e per chiunque non abbia perso quel sentimento che, dall’età della pietra, consente all’uomo di migliorarsi: la decenza.
 
MAURIZIO LUPI: DIMISSIONI DI DECENZA
Lupi ha infatti accettato e sollecitato favori da persone risultate indagate (ma questo è irrilevante ai fini della decisione) ma che soprattutto facevano parte degli appaltatori del suo ministero. Vestiti da 700 euro pagati, biglietti di aereo per suoi familiari, un lavoro e un orologio Rolex del valore di 10mila euro per il figlio Luca, cene organizzate per rimediare voti. Ce n’è abbastanza in tutti i posti del mondo per costringere un ministro a dimettersi, perché – ma c’è davvero bisogno di spiegarlo? – questo tipo di comportamenti, che non è detto sia un reato, è comunque inopportuno per un politico. Non è evidentemente provato che questi favori siano stati un fattore di corruzione, visto che il ministro non è nemmeno indagato. Non è nemmeno corretto che un ministro della Repubblica si comporti in questa maniera, e il fatto che altri lo abbiano fatto o la motivazione che così fan tutti sono concetti idioti e pericolosi, soprattutto per chi vuole un cambiamento in Italia. Si capisce perché oggi Renzi ha mandato robusti segnali a mezzo stampa a Lupi, e magari il fatto che l’ex ministro considerato vicino a Comunione & Liberazione sia arrivato già con l’idea delle dimissioni al colloquio con il premier e Alfano dipendeva proprio dai segnali chiari inviati anche da altre parti del PD. Lupi oggi si dimette in favore di telecamera e può così godere di una platea televisiva per cercare di salvare la faccia. «Ma perché dovrei chiedere a Incalza di fare pressioni su Perotti per raccomandare mio figlio se avrei potuto chiamarlo direttamente?», dice argomentando al puro scopo di far passare per casualità tutto il resto della storia. Ad esempio proprio oggi si legge questo:

Il ministro Maurizio Lupi telefona a Ercole Incalza e gli chiede “se è disponibile a ricevere in ufficio al ministero a Roma, nello stesso pomeriggio, il figlio Luca, per avere ‘consulenze e suggerimenti'”. Secondo gli investigatori, il riferimento è a un lavoro per il figlio del ministro. “Quando vuoi”, è la risposta di Incalza. Poche ore dopo, Luca Lupi è nell’ufficio di Incalza. Sono le 13.33 dell’8 gennaio 2014. “Ascolta – dice Lupi – se fra un quarto d’ora ti mando questo che è venuto da Milano a Roma a far due chiacchiere? Nel senso di avere consulenze e suggerimenti eccetera.
Viene mio figlio Luca, no, quando vuoi, dimmi a che ora te lo faccio venire in modo che…”. Incalza, viene ricostruito, dà la sua disponibilità per ricevere Luca Lupi nello stesso pomeriggio: “Quando vuoi, ma figurati! Nessun problema! O adesso o alle cinque, quando finisce il Tesoro, no?”. Lupi preferisce che il figlio parli con Incalza subito: “No, allora conviene che venga adesso, così…”. Alle 14.29, annotano gli investigatori, Incalza chiama Stefano Perotti e gli chiede quando può essere a Roma. Perotti risponde: “Posso arrivare venerdì se vuoi”.
Incalza, continua l’annotazione, “si rivolge a una persona che è nel suo ufficio (Luca Lupi) e gli chiede se gli va bene fissare l’incontro con Stefano Perotti per venerdì 10 gennaio”. Poi Perotti chiede: “Chi è questo?” e Incalza gli fa capire che è Luca Lupi. “Il figlio di Maurizio!”. (ANSA)

IL PROBLEMA DI FONDO
Ora, una volta chiusa questa parentesi politica sarà necessario discutere anche di quello che viene fuori insieme a questa storia. Ovvero un sistema in cui i burocrati di Stato – ed Incalza, in questo caso, è solo un esempio – si sostituiscono quando non guidano direttamente come in qualche altra occasione ai politici, perché usano la loro competenza e l’irresponsabilità politica per perpetuare un potere. Incalza era inciampato in una storia non proprio edificante già all’epoca delle dimissioni di Scajola, quando si parlò di Anemone che aveva contribuito con 520 milioni all’acquisto di una casa a Roma per suo genero. La questione era riemersa anche nel 2014, all’epoca dell’interrogazione del MoVimento 5 Stelle alla cui risposta, secondo l’ordinanza, provvide l’avvocato di Incalza, Titta Madia. Vera o falsa che sia la storia (il ministro ha smentito completamente), ragioni di opportunità avrebbero consigliato già all’epoca la politica di intervenire. Non è andata così. Il governo Letta e quello di Renzi hanno ignorato il problema Incalza, così come hanno ignorato il problema di fondo: nel sottobosco della politica, in quello spazio grigio che comprende tecnici, burocrati, “imprenditori di grido” e furbetti del quartierino vige una logica da lobby che questa inchiesta, come Mafia Capitale, sta facendo emergere con dettagli sempre più ributtanti. I discorsi sulle società che non fanno niente, sui prezzi maggiorati del quaranta per cento, così come le frasi sugli immigrati che fanno guadagnare più della droga saranno anche esagerazioni che arrivano da gente abituata a vantarsi al telefono, ma cominciano ad essere troppi per farci ancora pensare alle coincidenze. Se la politica non taglia questi nodi, il suo rinnovamento sarà sempre a parole. O a slide.